Discussione aperta su farmacisti collaboratori e previdenza, in seguito a una interrogazione parlamentare dell'onorevole Chiara Gribaudo (Pd) a cui ha risposto l'Enpaf con proprie precisazioni.

Farmacisti collaboratori e previdenza: l’Enpaf risponde alla deputata Gribaudo del Pd, che aveva presentato un’interrogazione parlamentare in tema di contribuzione obbligatoria.

L’onorevole del Partito democratico aveva infatti posto al ministro dell’Economia e delle finanze la questione riguardante collaboratori e previdenza, con particolare riferimento alla contribuzione obbligatoria, facendo notare come, a suo avviso, i farmacisti collaboratori risultino penalizzati. L’Ente nazionale di previdenza dei farmacisti ha risposto esponendo la propria posizione. Il tema è stato trattato su Farma 7 n. 2 e n. 4 e qui lo riassumiamo riportando le argomentazioni delle due parti.

L'interrogazione parlamentare dell'onorevole Gribaudo al ministro Gualtieri

Nella sua interrogazione al ministro competente (Roberto Gualtieri) Gribaudo evidenziava anzitutto che i farmacisti italiani iscritti all’Enpaf a ottobre 2019 erano 99.883, di cui circa i due terzi dipendenti e un terzo lavoratore autonomo. La paga base oraria lorda di un dipendente di farmacia privata è pari a poco più di 10 euro (10,40). Il contratto nazionale della categoria è scaduto a gennaio 2013 e il mancato rinnovo ha inciso fortemente sul reddito dei farmacisti dipendenti, nonché dei farmacisti liberi professionisti a basso reddito. Secondo la parlamentare, questa situazione è resa ancora più difficile dall’obbligo di versare all’Enpaf, a prescindere dall’inquadramento come dipendente o autonomo, una quota fissa annua di 4.500 euro, che colpisce soprattutto i farmacisti precari e disoccupati. Dopo cinque anni di disoccupazione la quota passa a 2.300 euro all’anno. Tale problematica viene identificata come “contribuzione silente”, in quanto non cumulabile e non totalizzabile da parte dei farmacisti, che, a partire dal 2003, non possono nemmeno più chiedere la restituzione dei contributi versati dopo quella data; tuttavia, la contribuzione rimane obbligatoria per rimanere iscritti all’Albo, essere assunti nelle farmacie private o effettuare un concorso pubblico come farmacista. Per essere titolati a ricevere la pensione -continua Gribaudo- bisogna pagare minimo 30 anni di contributi avendo almeno 20 anni attività; la pensione poi sarà del 15% del totale dei contributi versati e tutto ciò non prima dei 68 anni di età; queste rigidità e l’alta quota dovuta dai farmacisti all’Enpaf, siano essi titolari o collaboratori di farmacia o parafarmacia, siano essi occupati o inoccupati, hanno portato alla cancellazione dall’Albo, solo nel 2018, di 2.467 farmacisti entro i 60 anni di età, rappresentando un grave allontanamento da una professione a elevata specializzazione e di grande valore per il sistema sanitario nazionale. Gribaudo chiede quindi al Governo quali iniziative intenda assumere, anche normative, per tutelare il reddito dei farmacisti italiani e la loro contribuzione, anche prevedendo una revisione delle somme dovute all’Enpaf e dell’obbligatorietà di tali versamenti per i lavoratori farmacisti dipendenti.

Le precisazioni dell'Enpaf

L’Enpaf, chiamato direttamente in causa dall’interrogazione, ha inviato le sue precisazioni sul tema alla deputata Chiara Gribaudo. L’Ente nazionale di previdenza e assistenza farmacisti sottolinea che la legge dispone, per tutti i professionisti sanitari, l’obbligatorietà di iscrizione e contribuzione alla Cassa di appartenenza, connessa automaticamente all’iscrizione all’Ordine professionale. Il Regolamento dell'Enpaf prevede, per chi gode di altra forma di previdenza obbligatoria, oltre alle aliquote contributive indicate (riduzione del 33,33% e del 50% rispetto alla quota contributiva intera), anche il contributo in misura ridotta dell’85%, nonché il contributo di solidarietà nella misura del 3% e dell’1% della quota contributiva intera. In particolare, tali aliquote contributive di maggior favore vengono riconosciute anche nell’ipotesi che l’iscritto versi in condizione di disoccupazione temporanea e involontaria per un massimo di 5 anni. Pertanto, attualmente, il farmacista temporaneamente disoccupato iscritto per la prima volta all’Enpaf -unico a prevedere tale forma di agevolazione- a partire dal 1° gennaio 2004 può versare unicamente un contributo di solidarietà pari all’1% del contributo previdenziale intero. Si tratta di un importo pari, per il 2019 a 86 euro, che non ostacola l’iscrizione all’Ordine professionale ed è nettamente più basso dei contributi previsti da altri enti di professionisti sanitari. Per quanto riguarda la restituzione dei contributi, questa è consentita fino all’anno di contribuzione 2003 al momento del raggiungimento dell’età pensionabile, qualora l’assicurato non abbia raggiunto i requisiti contributivi e professionali per la maturazione del diritto a pensione. L’Enpaf è tra le poche Casse che limitano a 20 anni il requisito dell’attività professionale. Il sistema previdenziale dell’ente è a prestazione fissa; di conseguenza, il versamento, in presenza dei requisiti regolamentari, di aliquote ridotte comporta una proporzionale riduzione del trattamento pensionistico. Infine, in riferimento al contratto nazionale di lavoro, l’Enpaf, che non è una controparte, ha più volte auspicato che le parti firmatarie del contratto pervengano a una positiva conclusione delle trattative.