“Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”, scriveva il filosofo e poeta spagnolo George Santayana (lo si ricorda soprattutto per questa citazione) e allora ripercorriamo un po’ la cronaca dello tsunami Coronavirus, per evitare di ritrovarci a doverlo rivivere. E per noi lo fa un ente autorevole come la Corte dei Conti, nel suo “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica”, che mette il dito sia sulla piaga delle cure ospedaliere concentrate in grandi strutture specializzate, sia sulla sostanziale debolezza della rete territoriale. Certo, fa piacere poter vantare in campo ospedaliero eccellenze a livello europeo, ma l’esagerato impatto del Covid-19, non frenato da barriere territoriali, le ha in pratica devastate. È un’evidenza che emerge dall’analisi di quattro punti evidenziati dalla Corte dei Conti: spesa pubblica, personale, strutture territoriali, investimenti. Analizziamoli in ordine. Spesa pubblica: i continui tagli operati per un rientro dei costi hanno man mano spostato i costi dal pubblico al privato. Nel periodo 2012-2018 la spesa out the pocket delle famiglie è cresciuta del 14,1%, mentre quella della pubblica amministrazione di un modesto 4,5%. Personale: un riscontro immediato lo si ha con i tagli qui effettuati. Negli ultimi 5 anni la forza lavoro in sanità ha perso il 4%, pari a 27mila dipendenti. La scure è scesa soprattutto nel Molise, Lazio e Campania (da -9 a -15%), ma pesanti sono stati i tagli anche in Liguria (-5,4%), Piemonte Emilia Romagna e Lombardia (-3,5%). Diminuiti di molto anche i posti letto (-19.500), soprattutto per la chiusura dei piccoli ospedali, piccoli ma avamposti di salute. Strutture territoriali: alla concentrazione di ospedali e dipendenti non ha fatto riscontro un ampliamento dei servizi territoriali. I medici di medicina generale, infatti, sono diminuiti del 3,8%, da 45.437 a 43.731, soprattutto in Lombardia (-5,6%), Piemonte (-6,4%), Veneto (-5,3%), Emilia Romagna (-4,7%) e Liguria (-8,9%), proprio le regioni più colpite dalla pandemia. Ridotte anche le guardie mediche, dove le strutture sono aumentate del 5,9%, ma i dottori impiegati sono diminuiti del -2,8%. Guarda caso anche qui primeggia la Lombardia, dove i tagli sono arrivati al -8,8%. Buoni ultimi sono diminuiti (-4,3%) anche gli ambulatori di prestazioni specialistiche, attività clinica e diagnostica strumentale, soprattutto poi -rileva la Corte dei Conti- nelle regioni del Centro Nord (in Lombardia -9,1%). Investimenti: ricordiamo che, secondo i dati Ocse, la spesa pubblica nel settore sanitario dal 2007 ha smesso di crescere rispetto al Pil, perdendo così circa mezzo punto percentuale. Secondo poi i dati della Fondazione Gimbe, negli ultimi 5 anni i sotto finanziamenti in sanità sarebbero stati pari a 37 miliardi di euro.  

La farmacia, unico vero avamposto in prima linea

Insomma, è stata indebolita proprio quella che doveva essere la prima linea contro la pandemia, quella che doveva servire da barriera al primo attacco del virus. Si consideri poi che, per evitare gli assembramenti, molti ambulatori sono rimasti chiusi e che i medici territoriali hanno spesso operato in teleassistenza. Si può allora concludere che solamente le farmacie sono rimaste sempre aperte, unico presidio sanitario del territorio sempre attivo e aperto sulla strada, insomma, unico avamposto schierato in prima linea.