È doveroso, dopo aver passato mesi di “distaccamento sociale”, di difficoltà e di emergenze accompagnate dal timore di rimanere contagiati dal virus, di tanto impegno e abnegazione ai quali non sempre è corrisposto adeguato compenso, cercare di vedere se questo maledetto Coronavirus, dopo tanti disastri, non abbia lasciato -seppur in negativo- almeno qualche suggerimento. Qualcosa, insomma, all’insegna del “non tutto viene per nuocere”.

Un’evidenza chiara è che i servizi sanitari si sono rivelati, per quantità e qualità, assai diversificati a livello regionale, al punto che i cittadini non hanno potuto ottenere uguali trattamenti e medesimi diritti alla salute, così come la Costituzione sancisce, riconoscendo la salute come diritto individuale. Ecco allora che il Covid-19 ha evidenziato come sia necessario non soltanto rifinanziare l’Ssn, per troppo tempo sottodimensionato, ma soprattutto ridisegnare il Sistema sanitario, evitando di lasciarlo in mano alle Amministrazioni regionali. Ogni Regione ha seguito una propria strategia, creando difformità di trattamento e di risultati, che veramente hanno fotografato un’Italia sanitaria a macchia di leopardo.

Da una parte pesano i diversi stanziamenti pubblici in strutture e servizi: emblematico delle difformità regionali è constatare come, negli ultimi vent’anni, siano stati investiti per ogni calabrese 16 euro l’anno in dotazioni sanitarie, contro gli 84 degli emiliani e i 183 euro degli altoatesini (si capisce poi perché si registrano i tanti fenomeni di “migrazione sanitaria”). Ma ben più gravi dei mancati o insufficienti finanziamenti è la difformità nelle specifiche competenze tra Stato e Regioni sulle scelte sanitarie da attuare. Non è concepibile che un’area della bergamasca, dove gli ospedali sono letteralmente esplosi e si è registrato un eccessivo numero di vittime, non sia stata dichiarata “zona rossa” e come tale isolata, perché Stato e Regione credevano che il provvedimento fosse l’uno compito dell’altro. Così come non è concepibile che in certe Regioni i malati siano obbligati a faticare per recuperare i farmaci essenziali in distribuzione diretta, mentre in altre sia consentito trovarli comodamente nella farmacia sotto casa, grazie alla  Dpc.

Certo, efficacia ed efficienza delle strutture sanitarie va ripristinata, ma soprattutto va ridisegnata la strategia nazionale con cui dovrà operare il Servizio sanitario nazionale e vanno ridefinite le specifiche responsabilità. La sanità deve mettere al centro il malato, non essere appannaggio dei vari assessorati, e anche l’autonomia regionale deve trovare un limite di fronte alla tutela della salute pubblica. Ci sono beni e servizi, infatti, che vanno equamente garantiti e non devono rientrare in competenze diversificate. Il Coronavirus ha reso evidente come la catena del comando vada ristrutturata: qui non si tratta di allungarla o di accorciarla, bensì di precisarla e razionalizzarla, per impedire distonie e sovrapposizioni. Le piaghe della burocrazia, che la pandemia ha evidenziato, servano almeno a farci capire che non è più sopportabile il clientelismo negli ospedali e nella sanità e, soprattutto, che di fronte a un’emergenza deve essere ben definito “chi fa che cosa”.