La pandemia Coronavirus ci lascia, insieme a tanti dolori, problemi e sofferenze, anche una ben precisa lezione: il Servizio sanitario nazionale va rimeditato e rinnovato, in modo da ricreare un sistema che ci metta al riparo da lacune e da ferite scoperte. Credevamo di avere ospedali d’eccellenza, almeno in certe zone del Nord, e proprio qui non hanno retto a un afflusso di malati eccessivo, a dimostrazione di quanto siano necessarie le linee di contenimento offerte dalle strutture territoriali. Bisogna allora creare presidi di prima linea, da coordinare con efficienti inter professionalità, che operino in partnership superando preconcetti e diffidenze.

Quello che soprattutto è mancata è una buona programmazione, da fondare su una condivisa organizzazione, che deve prevedere da una parte una efficiente assistenza territoriale e domiciliare e, dall’altra, un potenziamento delle strutture ospedaliere. Non è tollerabile, come scrive Massimiliano Boggeni, presidente Dispositivi medici di Confindustria su “Il Sole 24 Ore”, che il 50% dei ventilatori per la terapia intensiva abbiano più di 10 anni. Questo comporta la necessità, da una parte d svecchiare le strutture e il parco apparecchiature, e dall’altra, di promuovere  innovazione,  coordinamento e potenziamento dell’assistenza territoriale. Ma tutto questo impone di progettare una nuova sanità e di volerla sostenere.

Quando poi si dice che va innovata la politica farmaceutica non s’intende pretendere di fare una politica pro industria del farmaco o pro farmacie, ma che bisogna finalmente metter mano a quella nuova governance che da troppo tempo viene proclamata soltanto a parole. Significa che si devono ridefinire principi generali e obiettivi, che va superato il meccanismo degli investimenti a silos, che vanno realizzate le sinergie tra Mmg, farmacista e infermiere, che va ripensata la catena del comando, che va finanziata la ricerca. Ma a ben vedere, ciò significa rimescolare tutte le carte e le attuali posizioni, privilegiando le professionalità e mettendo al centro non gli appetiti della politica, ma i bisogni del cittadino.

Non dobbiamo poi dimenticare che il settore del farmaco può contare su un’industria che primeggia a livello europeo e che rappresenta una garanzia, come abbiamo potuto verificare anche in piena emergenza Coronavirus. Il farmaco diventa allora in Italia un valore, sia dal punto di vista sanitario sia da quello economico, che va ben sfruttato. Le nuove frontiere della terapia genica, per esempio, aprono nuovi orizzonti e offrono la possibilità di poter in futuro prevedere in anticipo il sorgere di patologie, con test che individuano le caratteristiche genetiche che sviluppano il rischio di ammalarsi.

Il sequenziamento del Dna, infatti, consente d’individuare i potenziali futuri pazienti di specifiche malattie, e questo potente strumento di diagnosi precoce favorisce lo sviluppo della prevenzione. Grandi passi si stanno facendo anche nel campo della nutrigenomica, e il Dna ci potrà indicare come intervenire con specifici regimi dietetici per tamponare l’insorgere di una malattia. Batteri, cellule, macrobiota sono oggetti di studi che, se potenziati, potranno offrire alla nostra industria farmaceutica, già leader, nuovi orizzonti e ampie soddisfazioni. Ma la sanità è un macro cosmo in cui tutti gli operatori sono tessere di un mosaico che va ora ricostruito. Anche la farmacia ne è parte essenziale.