Bolzano: nella veloce lettura della rassegna stampa, l’occhio cade su quella città, grazie a una lettera inviata da una lettrice, Alessandra Lamezia, al quotidiano “Alto Adige”. “Lo straordinario lavoro dei farmacisti” è il titolo, preceduto dall’occhiello “Ma lasciatemi la mia farmacia”, ed entrambi suggeriscono una più attenta lettura.

Da Bolzano una lettera al quotidiano “Alto Adige” sullo “straordinario lavoro dei farmacisti”.

E così scopriamo che la lettrice, dopo un rapido ringraziamento ai medici, si sofferma a elogiare i farmacisti, “una squadra di infaticabili professionisti al servizio del cittadino nelle oltre trenta farmacie del territorio” (Bolzano, appunto). Ci sono frasi che meritano di essere riportate.

“Ho constatato -dice la signora Alessandra- che i farmacisti sono stati una categoria di eroi silenziosi, molti dei quali si sono ammalati nel tentativo di garantirci l’accesso alle terapie in un periodo di grave confusione…I farmacisti in questi mesi hanno saputo ascoltarci, tranquillizzarci, informarci e farci sorridere. Questo è il vero mondo del farmaco, come lo intendo io: ricevere la proverbiale scatoletta di medicinale con un sorriso e un gesto affettuoso mi ha restituito, in questi mesi di angoscia, un senso identitario che credevo, come tutti, di avere perduto per sempre”.

“A ognuno la sua farmacia, perché la farmacia è casa, famiglia, ascolto”.

E continua: “A ognuno la sua farmacia. Già. Perché la farmacia è casa, famiglia, è ASCOLTO ad altissimi livelli, non solo relativamente a una dimensione sanitaria. Un lavoro encomiabile che, però, ho notato essere ostacolato da alcuni medici per motivi che non comprendo ancora oggi. Perché molti medici (non tutti, fortunatamente) obbligano i propri pazienti a recarsi nella farmacia dove hanno lasciato le prescrizioni appena fatte? Specialmente considerando che la tecnologia, a oggi, ci permette di riceverle direttamente sui telefoni cellulari? Laddove il rapporto con il medico diventa, comprensibilmente e giustamente in questo periodo, meccanico e leggermente impersonale, quello con il proprio farmacista è quanto di più genuino esista ancora. Chiedermi di cambiare farmacia è come chiedermi di cambiare residenza, trasferirmi in una nuova località e obbligarmi a ricominciare tutto dall’inizio. Io sono legata alla mia farmacia, perché non sono una delle tante e non mi sento di essere l’ennesima cliente. Sentirmi in farmacia come a casa è l’unico motivo che mi dà la forza di uscire, e vorrei che almeno questa scelta non mi venisse preclusa”.

“Non voglio tornare a essere un numero, non siamo tutti uguali. Io ne ho bisogno. Ne abbiamo bisogno tutti”.

Non soltanto la signora di Bolzano mette il dito in una piaga, ma sollecita una riflessione. Proprio strano il comportamento di certi medici che negano la possibilità di fare le vaccinazioni in farmacia, perché il medico, per evitare il reato di comparaggio, non vi può operare in base a un decreto regio di antica memoria, ma poi sono disponibili a questi torbidi comportamenti, che di comparaggio puzzano da lontano. Come dire che per alcuni, per fortuna pochi, il problema esiste solamente quando tocca loro prerogative.

Ma ritorniamo alla lettera, che Alessandra Lamezia di Bolzano, dopo aver precisato che senza la sua farmacia si sente persa, così conclude: “Non voglio tornare a essere un numero, non siamo tutti uguali. Io ne ho bisogno. Ne abbiamo bisogno tutti”.

Che dire alla lettrice dell’Alto Adige, che non abbiamo il piacere di conoscere, ma che sentiamo a noi vicina per le espressioni di affetto dimostrate? Grazie, grazie di cuore, cara Alessandra. (LV)