Che cosa determina il valore di un nuovo farmaco? E il prezzo corrisponde a questo suo valore? Che cosa suggeriscono, al riguardo, i 51 nuovi prodotti autorizzati dall’Ema nel 2019 e i 76 in attesa di parere per il 2020? Sono domande interessanti, anche perché il concetto di valore attribuito all’innovazione terapeutica assume caratteristiche diverse, a seconda della prospettiva con cui viene analizzato.

Due giornate di approfondimento sul tema del valore di un nuovo farmaco o di un dispositivo, promosse da Motore Sanità: i tanti fattori da considerare per determinare quanto effettivamente vale il prodotto. Il costo è soltanto uno degli elementi in gioco.

Una risposta alle nostre domande viene proposta da Motore Sanità, che ha dedicato due giorni di approfondimento, con autorevoli esperti, al tema “Il valore del farmaco e dei devices” (con il contributo incondizionato di Bristol Myers Squibb e Teva Italia).

Di solito si giudica il valore del nuovo farmaco o del nuovo prodotto in riferimento alle alternative esistenti, se apporta migliorie e quali, così come si pensa che al valore attribuito corrisponda un prezzo, possibilmente adeguato al bisogno di salute cui il medicinale è indirizzato. Ma il significato di “valore” di un farmaco o di un dispositivo deve essere meglio definito, in quanto i “payer”, cioè i pagatori, sia pubblici sia privati, abbisognano, per affrontare processi d’innovazione sempre più veloci, di definire nuovi meccanismi di pagamento, più adatti ai vari livelli di innovazione.

Ecco allora che bisogna pensare in modo nuovo al “valore” da attribuire al farmaco o a un device, in un’ottica soprattutto di investimento piuttosto che di costo. E poi valutare quanto un farmaco migliori la qualità di vita del paziente, quanto semplifichi la cura, quanto riduca i tempi di convalescenza, o limiti le controindicazioni o favorisca l’aderenza terapeutica, per esempio grazie a una più facile somministrazione.

Il diabetologo Agostino Consoli, presidente della Società italiana di diabetologia: per valutare l’innovazione farmaceutica bisogna considerare, “specialmente nel caso di patologie croniche, il complesso delle ricadute che i benefici di un trattamento innovativo possono avere sull’intero sistema sanitario, estensibili, in alcuni casi, al sistema Paese”.

Interessante, al riguardo, la relazione del professor Agostino Consoli, presidente della Sid, Società italiana di diabetologia, che ha stigmatizzato come purtroppo, nel considerare l’innovazione farmaceutica, si continui a ragionare troppo spesso in termini di prezzo, e troppo poco in termini di valore. Non basta allora valutare soltanto il contributo diretto che un nuovo farmaco può dare al benessere del paziente, ma bisogna ampliare l’orizzonte e considerare “specialmente nel caso di patologie croniche, il complesso delle ricadute che i benefici di un trattamento innovativo possono avere sull’intero sistema sanitario, estensibili, in alcuni casi, al sistema Paese”.

E ha così portato significativi esempi di farmaci innovativi per la cura del diabete di tipo 2. Prodotti con prezzo superiore a quelli più usati sinora, ma capaci di abbattere le spese relative all’automonitoraggio della glicemia e di annullare quasi il rischio di ipoglicemia. “Una sola ipoglicemia critica -ha ricordato- oltre a mettere a rischio la vita del paziente, può costare al “sistema”, tra pronto intervento, accesso in Pronto soccorso ed eventuale ricovero, oltre 5.000 euro”.

Ma non basta. “Alcune di queste molecole -continua Consoli- possono ridurre fino al 15% il rischio di eventi cardiovascolari e fino al 30-40% il rischio di ospedalizzazione per scompenso cardiaco. Con questi numeri il risparmio, sia in termini di sofferenza sia in termini di costi ospedalieri, mi sembra evidente”.

Abituiamoci dunque a ragionare in termini di “valore” e non di costo, ha concluso il professore: “Creiamo gli strumenti perché queste analisi di valore divengano sempre più accurate e scientificamente corrette e aboliamo i silos ideologici e amministrativi che confinano il bilancio costo/beneficio all’analisi di settori limitati, non consentendo l’analisi della big picture”.