Di sanità territoriale si sta parlando molto in questi mesi, perché l’impatto della pandemia Coronavirus ha evidenziato non poche carenze a livello della sanità -sia pubblica di base, sia privata integrativa- soprattutto a livello dei servizi territoriali attinenti alla medicina generale e all’assistenza domiciliare.

La pandemia Covid-19 ha messo in luce le carenze del nostro Servizio sanitario nazionale, soprattutto nella sanità territoriale, trascurata rispetto al sistema ospedaliero e organizzata in modo non omogeneo tra la varie Regioni. Da più parti oggi si chiede di rafforzarla e svilupparla.

Innanzitutto, l’emergenza Covid ha mostrato l’assurdità di una gestione parcellizzata in 21 centri di comando, a sua volta poi frazionati in unità operative che operano in modo diversificato, come testimonia la stessa babele di sigle: in sei Regioni si chiamano Asl, che in Friuli Venezia Giulia diventano Ausl, mentre altrove si trasformano in Ats (Lombardia), o anche As, o Asu. Neppure sul nome sono riusciti a mettersi d’accordo: immaginiamoci, poi, su una comune politica d’interventi.

Almeno su un punto c’è stata uniformità d’indirizzi: privilegiare i servizi ospedalieri rispetto a quelli territoriali, politica che però si è rivelata errata di fronte a una pandemia, quando cioè l’aumento improvviso dei malati richiede blocchi di sbarramento proprio a livello del territorio. Non serve, in questo caso, contare su ospedali di eccellenza, incapaci a far fronte a un improvviso impatto di troppi malati.

Necessaria un’efficiente e capillare rete territoriale che preveda la stretta collaborazione tra i vari operatori sanitari.

L’emergenza Covid-19, infatti, ha dimostrato la necessità di poter contare su efficienti strutture territoriali, che fungano da prima barriera di contenimento. Diventa di conseguenza necessario ricostruire un tessuto capillare, che preveda la partnership degli operatori sanitari -medici, farmacisti e infermieri in primis- capaci di superare antichi e obsoleti personalismi o prerogative di casta. Soprattutto, poi, che sappia recuperare le funzioni sanitarie dei medici di medicina generale, troppo spesso ultimamente vincolati da obblighi burocratici e utilizzati più come impiegati che come sanitari.

Ecco, quindi, che ora si presenta una grande opportunità per uno sviluppo della sanità territoriale, favorita anche dall’evoluzione delle tecnologie digitali, che permettono di rinnovare il sistema dell’assistenza sanitaria, sia a livello di prevenzione di molte patologie, sia a livello di presa in carico del paziente cronico e della sua aderenza terapeutica. È proprio qui che si può evidenziare l’importanza della partnership tra le diverse figure sanitarie, con il recupero dei ruoli del medico e del farmacista, naturalmente ognuno con specifiche competenze, ma con funzioni coordinate, e senza inutili gelosie. È così che si riesce a organizzare un’efficace assistenza territoriale a 360 gradi, partendo dalla diagnosi, per passare poi al controllo dell’aderenza alla terapia, e arrivare infine alla verifica della sua efficacia.

La farmacia più coinvolta nell’ambito delle cure primarie

La Legge sui servizi in farmacia del 2009, i successivi decreti attuativi e, buon ultimo, le disposizioni previste dalla Legge di Bilancio del 2021 (si veda, in proposito, qui), ampliano il ruolo del farmacista nell’ambito delle cure primarie, ma tutto questo supporto normativo rimane lettera morta se manca, nella gestione integrata del paziente, una reale collaborazione con il medico di medicina generale e con il pediatra di libera scelta. E che la possibilità non sia futuribile lo dimostrano le esperienze già realizzate in diversi Paesi -dall’Inghilterra al Canada, dall’Olanda agli Usa- dove la farmacia è diventata parte integrante nella gestione del paziente, vuoi alleggerendo l’attività operativa del medico, vuoi partecipando ai servizi di assistenza domiciliare.

Un aiuto sostanziale viene dall’utilizzo dagli strumenti di telemedicina e dalla conseguente possibilità di organizzare team multidisciplinari tra loro interconnessi. Certo, ci vuole a supporto una vera riforma della sanità, che però il Covid-19 ha ormai reso ineludibile.