Anche nella ricerca farmacologica e scientifica “niente sarà più come prima”, come recita il leitmotiv che accompagna questa fase dell’emergenza Coronavirus. Una riprova ce la offre la rivista “Internazionale”, con un lungo e documentato articolo che suggerisce qualche riflessione.

L’emergenza Coronavirus ha influenzato fortemente l’orientamento della ricerca farmacologica e scientifica in generale. Covid-19 è stata la patologia più studiata e su di essa si sono concentrati gli studi.

Gran parte degli scienziati ha lasciato gli studi in corso per focalizzarsi sul nuovo virus, ma in modo esagerato. Basti pensare che PubMed, motore di ricerca per la letteratura scientifica, a fine 2020 riportava più di 74mila articoli sul Covid-19, più del doppio di quelli disponibili su altri virus -quali per esempio poliomielite, morbillo, colera- che per secoli hanno colpito l’umanità. La stessa Ebola, più recente e molto funesta, conta 9.700 articoli e non basta l’aumento del numero dei ricercatori a giustificare questa pletora di pubblicazioni.

Risulta così che il Coronavirus è stato più studiato di qualsiasi altra malattia e che su di lui si sono dirottate le ricerche da parte della maggioranza degli scienziati.

La collaborazione tra scienziati e le nuove frontiere della ricerca farmacologica

E i frutti si vedono: dati sui genomi virali, test diagnostici, diversi vaccini sono stati sviluppati con una rapidità mai vista prima, e il comune obiettivo di vincere la battaglia ha favorito nuove partnership tra scienziati, un tempo inimmaginabili.

Inoltre, il risultato di tante fatiche è stato subito messo a disposizione dei colleghi, senza le usuali ritrosie e gelosie tipiche dell’ambiente, di modo che tutti hanno potuto man mano verificare i passi compiuti e servirsene immediatamente. Lo testimonia il fatto che i nuovi vaccini (e ce ne sono un’altra ventina in fase di sviluppo) hanno bruciato le tappe, anche grazie alla disponibilità di innovative piattaforme tecnologiche, che possono essere rapidamente modificate per sviluppare nuovi antivirus, o affrontare eventuali nuove varianti. Innovazioni che, tra l’altro, aprono nuove frontiere alla ricerca farmacologica.

Grandi opportunità per la scienza

Già con gli studi sull’Hiv si erano ampliate le conoscenze sul sistema immunitario e sulle tecniche per affrontare le epidemie, e così lo sviluppo dei farmaci antivirali ha fatto importanti passi in avanti, garantendo benefici a cascata: pensiamo, per esempio, alle cure contro l’epatite C.

Lo stesso avverrà ora con il Covid-19 che, se rappresenta per l’umanità una catastrofe, per la scienza è una grande opportunità. Anche perché questo virus è strano, in alcuni casi si presenta in forma lieve, in altri è mortale, in alcuni attacca il sistema respiratorio, ma in altri pazienti il sistema cardiovascolare, e, ancora, colpisce talvolta il cervello, i reni, altri organi. Di conseguenza, per combatterlo bisogna fare ricerche a 360 gradi.

I rischi delle fake news

Il fatto che l’attenzione della scienza si sia concentrata sul Covid-19 ha però provocato anche conseguenze negative. Agli scienziati seri si sono accomunati anche i ciarlatani, che hanno favorito pericolosi allarmismi, pubblicato fake news ansiogene, indirizzato fondi e fatiche su percorsi rivelatesi inutili. Anche perché in ricerca è importante pubblicare, per fare carriera, e quanto più lo studio è sensazionale, tanto più ottiene risalto e l’autore notorietà.

Inoltre, molti settori della ricerca sanitaria sono stati bloccati o hanno subito pericolosi rallentamenti, vuoi perché i finanziamenti erano tutti indirizzati contro la pandemia, vuoi perché medici e volontari erano bloccati, o negli ospedali intasati dai malati, o a casa per il distanziamento sociale.

Covid-19 -riporta la rivista “Internazionale”– è stato un “buco nero che ha risucchiato tutti”. Ma questa è una caratteristica tipica della situazione, una specie di scotto da pagare, che non inficia il cammino compiuto dalla scienza e le nuove frontiere che il Covid-19 ha aperto alla ricerca farmacologica.

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