Mancano i vaccini anti-Coronavirus? Non importa: ritardiamo il secondo richiamo. Sembra sia questa la strategia che l’attuale difficoltà d’approvvigionamento sembra suggerire, sulla scia peraltro di quanto sta succedendo in Inghilterra.

Per rispondere al problema delle insufficienti dosi disponibili di vaccini anti-Coronavirus, si pensa di ritardare la iniezione di richiamo per poter offrire a più persone la prima dose. L’esempio inglese e quello israeliano.

Nel Regno Unito, per fronteggiare l’alto numero di contagiati, si è deciso di inoculare la seconda dose in ritardo, dopo 12 settimane, in modo da poter garantire la prima a un maggior numero di persone. E questo riguarda tutti i vaccini attualmente in distribuzione in Inghilterra: sia quello di Pfizer-BioNTech, sia quello di Moderna, sia quello di AstraZeneca, indipendentemente da quanto prescritto nel foglietto illustrativo.

Il vaccino Pfizer-BioNTech prevede, infatti, una seconda somministrazione dopo 21 giorni dalla prima, quanto serve per “impedire al 95% delle persone di sviluppare il Covid con risultati sostanzialmente omogenei per classi di età”. Moderna, invece, prevede una seconda dose dopo 28 giorni e, in questo caso, indica un 94,1% di efficacia, mentre per il vaccino di AstraZeneca l’Aifa raccomanda di fare la seconda dose dalla dodicesima settimana in poi, quindi dopo 78-84 giorni o, comunque sia, dopo almeno 10 settimane (63 giorni). Si è visto, infatti, che già la prima dose assicurerebbe un’efficacia immunitaria dell’80% circa.

Il ragionamento, allora, è consequenziale: aumentare subito il parco dei protetti significa limitare maggiormente la diffusione del virus. Questa strategia, peraltro, è stata condivisa anche dagli israeliani (vedi qui), che stanno man mano completando le prime dosi e già registrano un crollo sia dei malati, sia dei contagiati (-89,4%).

Le riserve di alcuni scienziati

Ovviamente non mancano gli scienziati che criticano questa scelta di dilazionare le dosi dei vaccini anti-Coronavirus prospettando il pericolo di favorire così nuove varianti del virus resistenti al vaccino, insieme al rischio di ritardare, a causa di un’immunità soltanto parziale, la vittoria sul Sars-CoV-2.

I dilemmi dell’Italia

Ora sembra che in Italia, visto l’inadeguato approvvigionamento del vaccino, si scelga di dare soltanto una dose a chi ha già contratto il Sars-CoV-2, mentre non si hanno ancora idee chiare su come procedere per l’eventuale richiamo, anche perché il problema urgente da noi non è tanto prevedere la seconda dose, quanto piuttosto assicurare la prima. E poi è previsto l’arrivo, tra un mese circa, del vaccino di Janssen, l’unico che richiede una sola dose: tanto basta per ottenere il 72% di risposta immunitaria (vedi qui).

Chissà che tra non molto sia possibile superare questa impasse? Anche perché stanno ormai aumentando nella popolazione le intolleranze sia sanitarie, sia sociali, sia economiche legate all’emergenza Coronavirus.