In tempi di pandemia prevale la legge dello Stato su quelle delle Regioni. Lo ha affermato la Corte Costituzionale con una recente sentenza di strettissima attualità, date le continue differenziazioni e anche contrapposizioni che si sono manifestate in questi mesi tra il potere centrale e quello amministrativo, ma anche tra singole realtà regionali. È accaduto sui provvedimenti restrittivi per il contenimento dei contagi e sta succedendo ora nella campagna vaccinale.

Una recentissima sentenza della Corte Costituzionale afferma che in tempi di pandemia lo Stato ha competenza legislativa esclusiva in materia e prevale sulle Regioni; e che la gestione dell’emergenza sanitaria deve essere unitaria. Una pronuncia significativa in una fase critica in cui la lotta a Covid-19 è affrontata in maniera troppo diversificata e squilibrata tra una zona e l’altra dell’Italia.

Le Regioni hanno certamente la loro specifica autonomia, ma, su una materia come una pandemia globale qual è Covid-19, è lo Stato ad avere competenza legislativa esclusiva, sostiene la sentenza emessa a fine febbraio 2021.

La Corte era stata chiamata a pronunciarsi sulla legge della Regione Valle d’Aosta dello scorso dicembre che fissava misure anti-Covid meno restrittive rispetto a quelle dello Stato, affermando il proprio diritto di decidere autonomamente in deroga alle norme nazionali. La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del governo e ha bocciato la Regione, giudicando la normativa regionale non in linea con il nostro ordinamento.

Secondo la Corte, le misure contro la pandemia da Covid-19, in quanto materia di profilassi internazionale, sono di competenza esclusiva dello Stato. Norme regionali non in armonia con i principi generali di profilassi internazionale, che sono di competenza statale, possono comportare un grave pregiudizio alla salute pubblica.

L’emergenza Covid-19 deve quindi essere gestita in modo unitario, perché “spetta allo Stato e non alle Regioni determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia”.

La stampa italiana sta documentando come la campagna vaccinale, in carenza di una precisa direzione unitaria stabilita dallo Stato, si stia svolgendo in maniera estremamente disomogenea tra una Regione e l’altra.

La sentenza della Corte viene incontro a una esigenza di chiarezza, coerenza e uniformità di gestione a livello nazionale dell’azione di contrasto al Coronavirus verso cui sembra orientato il Governo Draghi: sono infatti troppe le differenze tra i comportamenti delle diverse amministrazioni regionali e questi squilibri in tempi di pandemia devono essere superati.

Il Corriere della Sera di oggi dedica un articolo al tema dei vaccini anti-Covid, facendo vari esempi che dimostrano come, a seconda delle Regioni, si possano trovare criteri molto diversi nel decidere “chi vaccinare prima”, in particolare per quanto riguarda i lavoratori dei servizi considerati essenziali e in cui i rischi sono maggiori. Un esempio che possiamo aggiungere noi è quello dei farmacisti, categoria in lista di priorità in molte Regioni, ma non nel Veneto (vedi qui).

Anche La Stampa del 1° marzo segnala la disomogeneità tra le Regioni nella somministrazione dei vaccini. Tra gli esempi: dosi disponibili, ma in alcuni casi utilizzate al 95% e in altri ancora non utilizzate affatto (fenomeno che riguarda soprattutto il vaccino di AstraZeneca); dieci Regioni che ancora non hanno coinvolto i medici di medicina generale nella campagna vaccinale nonostante questo sia previsto dal protocollo nazionale; disparità anche nella convocazione dei candidati al vaccino (in alcuni casi chiamano le aziende sanitarie, in altri è il cittadino a doversi prenotare).

Secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), citato sempre dalla Stampa, un problema è proprio l’eccessiva discrezionalità delle Regioni, favorita dalla debolezza del piano vaccinale nazionale che dà soltanto indicazioni di massima.