I Big data sono un altro settore in grande sviluppo, il cui peso è stato fortemente accresciuto dalla pandemia. Infatti, l’organizzazione di una campagna vaccinale delle dimensioni di quella in atto contro il Covid-19 impone di adottare prodotti e strumenti capaci non soltanto di coordinare in modo tempestivo un’organizzazione così imponente, ma anche di monitorare approvvigionamenti, gestione del personale sanitario, appuntamenti, vaccinazioni e richiami in base alle fasce preferenziali.

Con l’arrivo della pandemia i Big data sono diventati protagonisti; per controllare l’evoluzione dei contagi, per organizzare la campagna di vaccinazione, per gestire il funzionamento del sistema sanitario.

In tutto questo sono i dati a diventare protagonisti, così come avvenuto per controllare l’evoluzione dei contagi, il numero di test e tamponi, dei ricoverati, dei deceduti e dei guariti.

Così, la pressione imposta dalla pandemia al sistema sanitario ha messo in evidenza l’importanza dei Big data, divenuti indispensabili per seguire e misurare l’andamento della patologia, e poi per poter valutare l’efficacia dei vari rimedi.

Una ricerca pubblicata su Statistica offre anche le dimensioni economiche di questo mercato: il settore mondiale dei Big data, che nel 2016 era valutato 11,5 miliardi di dollari, dovrebbe raggiungere nel 2025 un valore di 70 miliardi di dollari, con un incremento del 568%. Così, non soltanto il Coronavirus ha messo in evidenza l’importanza dei dati nei processi decisionali, ma ha anche fatto capire che i servizi sanitari devono adottare strumenti e prodotti capaci di poterli elaborare, analizzare, certificare e, soprattutto, utilizzare.

È quanto deve fare anche il nostro Servizio sanitario nazionale per poter affrontare i problemi di salute pubblica in modo informato e consapevole. “È necessaria una rapida integrazione e diffusione dei dati -dice Stefano Musso, ceo di Primeur, multinazionale italiana leader nel settore della Data integration- e non serve un processo invasivo e costoso, perché i dati ci sono, bisogna però saperli utilizzare, farli viaggiare da un sistema all’altro in maniera automatica, controllata e sicura”.

Le iniziative dell’Unione europea per un uso proficuo e sicuro dei Big data

È quanto si sta cercando di fare anche a livello comunitario. L’Unione europea, infatti, attraverso lo “European Health Data Space” (Ehds) punta a migliorare l’accesso ai diversi tipi di dati sanitari e ad agevolarne lo scambio, non soltanto per una migliore erogazione dei servizi, ma anche per consentire agli Stati di elaborare più efficaci politiche sanitarie.

Questi gli obiettivi della strategia europea: promuovere uno scambio sicuro dei dati dei pazienti, sostenere i servizi sanitari digitali, elaborare linee guida e regole condivise, garantire la protezione dei dati (Gdpr). A tal fine la Commissione europea promuove l’adesione al progetto “Fair”, cioè rintracciabilità, accessibilità, interoperabilità e riutilizzazione dei dati sanitari, stabilendo regole comuni per gli scambi ai fini sia di ricerca, sia di elaborazione delle politiche sanitarie.

Insomma, i Big data non hanno mai giocato un ruolo così fondamentale come durante la crisi pandemica, che ci impone una lezione preziosa: promuovere maggiore consapevolezza sull’importanza dei dati e favorire piattaforme d’integrazione per la loro corretta gestione. Si potranno così ridurre errori o lacune (come successo con il Covid-19, soprattutto in fase iniziale), assicurare maggiore rapidità d’intervento, garantire efficacia decisionale e operativa e risparmiare risorse, sia umane, sia economiche.

Articoli correlati potete leggerli, sul nostro sito, qui e qui.