Una “polipillola” composta da diverse molecole potrebbe essere una efficace risposta contro l’ipertensione, il più importante fattore di rischio per ictus e infarto e una delle principali cause di morte. Nel mondo colpisce 1,2 miliardi di persone ed è responsabile di circa 8,5 milioni di decessi l’anno. In Italia risultano ipertesi il 40% degli uomini e il 30% delle donne, ma bisogna considerare che anche il 10% di bambini e adolescenti, per lo più obesi, soffrono già di ipertensione.

Lo studio australiano Quartet, pubblicato su “Lancet”, conferma la validità dell’ipotesi di una “polipillola”, che racchiuda in sé diverse molecole, come efficace arma per combattere l’ipertensione.

Essendo l’ipertensione una malattia asintomatica, sei ipertesi su dieci non sanno di soffrirne e, inoltre, il 75% circa dei pazienti conclamati non segue con costanza l’aderenza terapeutica. Se si considera che soltanto un’ipertesa su 3 e un iperteso su 4 riescono a mantenere valori pressori pari a 130/80 mmHg -come indicato dalle linee guida europee- si capisce come migliorare i questi valori diventi obiettivo di salute pubblica.

La cattiva aderenza alle terapie è anche dovuta al fatto che l’iperteso deve normalmente assumere 2 o più farmaci al giorno e così molti iniziano la terapia e poi la abbandonano, oppure dimenticano di seguirla con costanza.

Inoltre, spesso si parte con l’utilizzo di una sola molecola, e poi ci si limita soltanto a quella. Da tempo si parla così di proporre ai malati una superpillola, o meglio una “polipillola”, che racchiuda in sé diverse molecole. La ricerca “Quartet”, studio di fase 3 presentato all’ultimo congresso della Società europea di cardiologia e pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Lancet, conferma la validità di questa tesi.

Condotto in Australia su 591 ipertesi, lo studio Quartet ha dimostrato che una polipillola contenente Irbesartan, Amlodipina, Indapamide e Bisoprololo a bassissimo dosaggio (un quarto di quello pieno) ha dimostrato, dopo 3 mesi, un buon controllo pressorio nell’80% dei pazienti, contro il 60% di chi era stato trattato con un farmaco contenente una sola molecola.

Inoltre, i benefici si sono mantenuti a lungo, anche a distanza di un anno, garantendo un maggior controllo rispetto all’approccio usuale, cioè alla terapia con un solo medicinale antipertensivo.

Emily Atkins (Università di Sydney): una diffusione della “polipillola” potrebbe tradursi in una riduzione del 20% dei casi di ictus e infarto.

Ora la nuova strategia, supportata anche dalle linee guida dell’Oms, suggerisce di iniziare la cura con un’associazione di almeno due molecole. Secondo la professoressa Emily Atkins, dell’Università di Sydney, una diffusione della “polipillola” potrebbe tradursi in una riduzione del 20% dei casi di ictus e infarto.

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