Domani, 1° dicembre, si celebra la “Giornata mondiale contro l’Aids”, la temibile sindrome da immunodeficienza acquisita, generata dal virus Hiv, manifestatasi ufficialmente nel 1981, che ha causato milioni di morti in tutto il mondo. Oggi non se ne parla più come un tempo, ma l’Aids è ancora tra noi e tuttora non esiste un vaccino per prevenirlo. Per questo c’è ancora molto da fare e il “World Aids Day” è qui a ricordarcelo.

L’aspetto positivo dell’attuale situazione è rappresentato dai progressi compiuti nelle strategie di prevenzione e nelle cure, che hanno permesso di tenere la sindrome sotto controllo, facendola diventare in molti casi una condizione cronica gestibile, e di ridurre drasticamente i casi di morte, ma anche di infezione.

Il 1° dicembre si celebra la Giornata mondiale contro l’Aids, a quarant’anni dal riconoscimento ufficiale della malattia, nel 1981. Un flagello che ha fatto milioni di morti, ma che oggi, grazie a prevenzione e terapie, fa meno paura, almeno nei Paesi più avanzati.

Dopo che per circa un quindicennio la malattia ha imperversato senza che la scienza medica riuscisse a contrastarla efficacemente, sono cominciate ad apparire terapie efficaci in grado di tenerla sotto controllo e di consentire a tante persone di condurre un’esistenza pressoché normale.

D’altro lato, la conoscenza più approfondita della sindrome da Hiv e la maggiore informazione alla popolazione (incentivata anche da iniziative come la Giornata mondiale contro l’Aids, istituita a partite dal 1988) hanno favorito la pratica generalizzata di comportamenti salutari utili a prevenire la malattia.

Per quanto riguarda l’Italia, la diffusione dell’Aids, secondo  l’Istituto superiore di sanità, è in calo da dieci anni e nel 2020 le nuove diagnosi sono state poco più di 1300, la metà rispetto al 2019 (quando erano circa 2500). Negli ultimi anni i decessi sono circa 500 l’anno. In Europa si stimano circa due milioni di persone affette da Aids (dato 2020).

D’altronde, anche se possiamo contare su risultati positivi rispetto al passato, non si può considerare affatto superato il problema, anche perché gli stessi progressi raggiunti nei Paesi più avanzati non si sono poi estesi a tutto il mondo, dove, in molte zone (per esempio, in alcune parti dell’Africa), il problema è molto più grave.

Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu: “L’Hiv rimane una pandemia di disuguaglianze”.

Come segnalato dalla Lila, storica associazione italiana impegnata da anni nella lotta all’Aids, proprio quest’anno l’Onu ha dedicato al tema un “meeting di alto livello”, nel corso del quale il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ricordato che “il netto contrasto tra i grandi successi riportati in alcune aree del mondo e i fallimenti registrati in molte altre aree confermano che l’Hiv rimane una pandemia di disuguaglianze”.

Infatti, Unaids, il Programma delle Nazioni Unite per l’Hiv/Aids, ha lanciato “una nuova Strategia Globale Aids 2021-2026 per portare ogni Paese e ogni comunità sulla strada giusta per porre fine all’Aids come minaccia alla salute pubblica entro il 2030”.

La Global Strategy delle Nazioni Unite si basa dunque “su tre priorità strategiche e interconnesse: 1) massimizzare l’accesso equo e paritario a servizi completi per l’Hiv incentrati sulle persone; 2) abbattere le barriere legali e sociali per raggiungere i risultati; 3) fornire risposte e risorse efficaci contro l’Hiv integrandole nei sistemi sanitari, di protezione sociale, nei contesti umanitari”.