La XII Commissione Affari sociali della Camera, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sulla situazione della medicina dell’emergenza-urgenza e dei pronto soccorso in Italia, ha ascoltato il direttore generale dell’Agenas, l‘Agenzia nazionale per i servizi santiari regionali, Domenico Mantoan, che ha fornito una serie di dati sugli accessi ai pronto soccorso.

Il direttore generale di Agenas Domenico Mantoan ha fatto il punto sulla situazione delle strutture di pronto soccorso in Italia dinanzi alla Commissione Affari sociali della Camera, illustrando, cifre alla mano, i vari aspetti della questione.

In base ai dati del 2022, risulta che, su 1.400 ospedali italiani, 615 hanno il pronto soccorso: 278 hanno il pronto soccorso in una struttura di base, 243 in Dea (Dipartimenti di emergenza urgenza e accettazione) di primo livello e 94 in Dea di secondo livello. I Dea di secondo livello sono le strutture ospedaliere che hanno anche le alte specialità.

Secondo gli standard fissati dal Decreto ministeriale n. 70 del 2015, un pronto soccorso normale dovrebbe avere più di 20mila accessi, un pronto soccorso di primo livello più di 45mila accessi e un pronto soccorso di secondo livello più di 70mila accessi. In realtà, il 30 per cento delle strutture ha meno di 15mila accessi.

Esiste, quindi -ha sottolineato Mantoan- una frammentazione delle strutture che erogano pronto soccorso. Al riguardo va considerato che meno di 15mila accessi è la dimensione che potrebbe avere una casa di comunità, secondo quanto previsto dal Decreto ministeriale n. 77 del 2022. Tali strutture, infatti, dovrebbero servire 50mila abitanti. all’anno.

Troppi pronto soccorso con accessi bassi

Quindi, il primo dato rilevante è che ci sono troppi pronto soccorso in Italia con un numero di accessi basso. Nel 2022 si sono registrati circa 17 milioni di accessi ai pronto soccorso, 4 milioni di accessi ai pronto soccorso semplici, 5 milioni ai Dea di secondo livello, 8 milioni ai Dea di primo livello.

Per quanto riguarda i dati sulla percentuale di abbandoni dal pronto soccorso, cioè relativi a cittadini che sono andati in pronto soccorso, hanno fatto il triage, sono stati quindi accettati, ma se ne sono andati via prima di essere visitati dal medico, si registra una percentuale molto alta in Sardegna con il 25 per cento di abbandoni, poi seguono Sicilia 12 per cento, Campania 11,8 per cento, Abruzzo 10 per cento, mentre le Regioni dove c’è il minor numero di abbandoni sono la provincia di Bolzano, l’Umbria, il Veneto e la Basilicata.

Codici verdi e codici bianchi

L’altro dato caratteristico è il numero dei codici verdi e bianchi. La percentuale dei codici verdi in Valle d’Aosta è pari all’86 per cento, in Lombardia è al 74-72 per cento, mentre in quasi tutte le Regioni si aggira intorno al 60-70 per cento. Per quanto riguarda i codici bianchi, fatta eccezione per il Veneto che ne ha il 50 per cento, i codici bianchi sono in quantità nettamente inferiore nelle altre Regioni. La seconda è il Friuli Venezia Giulia col 20 per cento per arrivare poi a Campania, Marche e Lazio dove i codici bianchi sono il 2,2. Quindi, sembra che ci sia una modalità di codifica per cui si favoriscono i codici verdi.

Si attivano gli ospedali di comunità

Un ulteriore elemento di interesse è relativo al fatto che nelle Regioni si comincia a registrare l’attivazione degli ospedali di comunità, per cui in Emilia Romagna, in Veneto, in Toscana, in Friuli Venezia Giulia in maniera importante, nella Provincia autonoma di Bolzano e anche nella Basilicata, si registrano percentuali notevoli -5-7 per cento, in Friuli Venezia Giulia addirittura 14 per cento- di trasferimento di pazienti che sono andati al pronto soccorso e poi sono stati trasferiti negli ospedali di comunità.

Per quanto riguarda il dato dei ricavi del ticket del pronto soccorso, relativi agli accessi con codice bianco e anche in teoria con codice verde, spicca il Veneto, che ricava 14 milioni di euro, segue l’Emilia Romagna con 7 milioni; tutte le altre Regioni hanno introiti molto ridotti. Da ciò si evince -ha evidenziato il direttore di Agenas- che il fatto di andare nei pronto soccorso esprime un bisogno di salute minore, ma comunque è un bisogno di salute. Il fatto che il 70 per cento dei codici siano codici bianchi e verdi significa che non vengono intercettati dall’organizzazione delle cure primarie e dei medici di medicina generale, per mille motivi.

Organizzazione da rinnovare

Il modello organizzativo è quindi sicuramente deficitario e va rinnovato. Il Decreto ministeriale n. 77 del 2022 prevede le case di comunità possa essere hub o spoke. Una casa di comunità hub opera in un bacino di circa 50mila persone e, tenendo conto che il 30 per cento di queste 50mila persone ha la necessità di attivarsi per andare in pronto soccorso, la casa di comunità potrebbe assorbire 10mila accessi di codici bianchi e codici verdi.

Quindi, questa riforma della medicina territoriale -ha ribadito Mantoan- è una riforma importante. Se non si dovesse realizzare, l’alternativa sarebbe quella di potenziare i pronto soccorso perché c’è un bisogno di salute ineludibile che va comunque affrontato.

Le rigidità del sistema

Nei pronto soccorso in Italia vengono impiegati di norma medici specialisti in medicina d’urgenza ed è uno dei motivi per cui queste strutture hanno carenza di personale medico. Esiste una rigidità del sistema che fa sì che un direttore sanitario possa inserire nei turni in pronto soccorso solo uno specialista in medicina d’urgenza. In realtà, come si è visto, il 70-80 per cento degli accessi può essere curato tranquillamente da un medico di medicina generale. Perciò, il tema di chi va a lavorare in pronto soccorso è un tema sicuramente da affrontare.

Sono da considerare anche le competenze avanzate da affidare alle professioni sanitarie perché molte delle attività che si svolgono all’interno del pronto soccorso possono essere eseguite in una struttura protetta, come un ospedale, e possono essere fatte dalle professioni sanitarie, da un infermiere, da un tecnico di radiologia, e così via.

Quindi, il tema dell’affollamento dei pronto soccorso -ha concluso Mantoan- che in alcune Regioni ha anche degli aspetti veramente drammatici, che poi sfociano in violenze nei confronti degli operatori, è uno dei nervi scoperti del sistema sanitario italiano. (PB)