Che la sanità italiana non stia bene, i cittadini lo constatano pressoché quotidianamente sulla loro pelle: il Rapporto Crea 2023 conferma questo quadro con cifre e analisi, sottolineando innanzitutto quanto la nostra spesa sanitaria sia al di sotto della media europea: -32%.

Il Rapporto Crea 2023 delinea uno scenario molto critico per la sanità italiana: spesa pubblica insufficiente, carenza di personale, povertà sanitaria per molte famiglie, equità del sistema a rischio.

Il 19° Rapporto di Crea Sanità (curato da Federico Spandonaro, Daniela D’Angela, Barbara Polistena, con il contributo di ricercatori ed esperti) ha esaminato tutti gli aspetti del nostro sistema evidenzandone le molte critcità. Vediamo in sintesi i punti principali.

• Nel 2023 la spesa pubblica è stata il 6,7% del Pil e le previsioni la danno in discesa nei prossimi anni.

• Per portare la quota di Pil destinata alla sanità sui valori attesi in base alle effettive disponibilità del Paese, servirebbero 15 miliardi, ma questo lascerebbe un rilevante gap fra la spesa sanitaria italiana e quella dei Paesi europei di confronto.

• La spesa sanitaria privata nel 2022 ha superato i 40 miliardi di euro, è in crescita dello 0,6% medio annuo nell’ultimo quinquennio. Nell’ultimo anno si registra un incremento in tutte le Regioni, di circa il 5,0 per cento. Nel 2022 Trentino-Alto Adige (21,0%) e Lombardia (19,7%) sono le Regioni con la quota più alta di spesa privata intermediata. La Sicilia quella con la quota minore (1%).

• Tra il 2003 e il 2021 il numero di medici per 1.000 abitanti over 75 è passato da 42,3 a 34,6 (corrispondente a un gap di 54.018 unità) e il numero di infermieri da 61,0 a 52,3 (corrispondente a un gap di 60.950 unità). I professionisti escono dal sistema soprattutto per andare all’estero o in pensione mentre le possibilità di ricambio sono condizionate dal numero di posti messi a bando negli atenei.

• Nessuna Regione rispetta il tetto per acquisti diretti di farmaci stabilito dalla Legge di Bilancio: solo Valle d’Aosta e Lombardia si avvicinano al risultato; Sardegna, Umbria e Abruzzo registrano il maggiore sforamento (oltre 65 euro pro-capite). Al contrario, la spesa farmaceutica convenzionata si è attestata al 6,43% del Fan, quindi al di sotto del target previsto del 7 per cento. Ipotizzando per il 2023 lo stesso incremento di spesa registrato nel 2021-2022 (+8,2%), si determinerebbe uno sforamento di circa 3,2 miliardi. Anche per il prossimo anno, nonostante la Legge di Bilancio 2024 abbia incrementato il tetto degli acquisti diretti all’8,5% (inclusi i gas medicinali), con un incremento del finanziamento di ulteriori 3 miliardi e una (improbabile) costanza della spesa, permarrebbe uno sforamento di 2,5 miliardi, che potrebbe raggiungere i 3,6 miliardi se la spesa si incrementasse come nell’ultimo anno. Le misure di governance prese non sembrano, quindi, essere state sufficienti a riportare lo sforamento (e quindi il conseguente payback a carico delle aziende farmaceutiche) a valori “fisiologici”.

• Dal confronto con le tariffe specialistiche praticate nei Paesi europei comparabili al nostro, emerge una tendenza delle tariffe italiane alla sottostima dei costi realmente associati alle prestazioni cliniche degli specialisti e, una sovrastima dei costi associati ad alcune diagnostiche di alta complessità.

• Il disagio economico delle famiglie dovuto a consumi sanitari (somma del fenomeno dell’impoverimento dovuto alle spese sanitarie e delle rinunce a curarsi per motivi economici), nel 2021 affligge il 6,1% dei nuclei (1,58 milioni di famiglie): il fenomeno è in crescita di +0,9 punti percentuali rispetto al 2020 e di +1,5 rispetto al 2019.