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Il conto salato delle malattie croniche

5 Ottobre 2026
Attualità

Le malattie croniche rappresentano una sfida non soltanto per i sistemi sanitari, ma anche per la crescita economica dei Paesi. Lo precisa il recente rapporto dell’Ocse, intitolato “Assessing the macroeconomic and fiscal effects of non-communicable diseases”, in base al quale cancro, malattie cardiovascolari, diabete e broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) determinano, in media, una perdita di Pil potenziale compresa tra l’1% e l’1,2% nel periodo 2026-2050, con un impatto che in alcuni Paesi supera il 2%.

Il conto più pesante passa soprattutto dal mercato del lavoro. Secondo le stime Ocse, tra l’83% e il 90% dell’impatto economico complessivo delle patologie considerate deriva, infatti, dalla riduzione della forza lavoro e della produttività: mortalità prematura, disabilità, assenze per malattia, riduzioni e uscita anticipata dal mercato del lavoro ne sono le principali cause. Il restante impatto è legato alle cure che, in presenza di una popolazione più sana e di minori necessità assistenziali, potrebbero essere destinate anche ad investimenti produttivi.

In particolare, malattie cardiovascolari e diabete rappresentano ciascuna circa l’1,2% di Pil potenziale non realizzato, mentre per Bpco e tumori il valore medio si aggira sull’1%. Va però considerato che sono spesso rilevanti le differenze tra i diversi Paesi, dovute sia al peso delle patologie, alla struttura demografica e all’impatto sulla popolazione in età lavorativa. Per le malattie cardiovascolari, per esempio, il peso economico tra i Paesi oscilla dallo 0,4% a oltre il 2% del Pil, mentre per il diabete varia da circa lo 0,5% a oltre il 2%. Per il cancro l’Ocse rileva differenze ancora più marcate, mentre per la Bpco l’intervallo è più concentrato, tra circa lo 0,4% e l’1,6%. Nel caso delle patologie cardiovascolari e del diabete, inoltre, assume un peso maggiore la spesa sanitaria, a causa dei costi di trattamento elevati e protratti nel tempo.

Accanto agli effetti sul Pil, il rapporto mette sotto la lente anche le conseguenze sulla finanza pubblica. Il quadro è articolato: una popolazione più sana richiede meno cure, partecipa maggiormente al mercato del lavoro e rafforza la capacità produttiva, ma vive anche più a lungo, aumentando potenzialmente la spesa pensionistica e altre voci legate all’invecchiamento. Nel complesso, tuttavia, ridurre il peso delle malattie croniche determina una diminuzione della spesa pubblica, perché i risparmi sanitari risultano superiori all’aumento della spesa pensionistica e delle altre uscite legate alla maggiore longevità.

Il messaggio che emerge dal rapporto resta però netto: migliorare la salute della popolazione non significa soltanto ridurre mortalità e disabilità, significa anche aumentare la partecipazione al lavoro, recuperare produttività, contenere una parte della spesa sanitaria e rafforzare nel lungo periodo la capacità produttiva delle economie. In questa prospettiva, conclude l’Ocse, il costo di una ridotta o mancata assistenza ai pazienti cronici rappresenta anche un pesante costo economico e fiscale.