Antibiotico-resistenza: va coinvolta la medicina territoriale
L’antibiotico-resistenza non è più un’emergenza confinata agli specialisti di malattie infettive. È diventata una delle più grandi minacce per la sostenibilità dei sistemi sanitari e per la sicurezza dei pazienti, con conseguenze che si misurano in vite umane, costi economici e perdita di efficacia delle terapie disponibili. Il tema è stato al centro dell’ultimo appuntamento de “La Sanità che Vorrei”, che ha messo a confronto istituzioni, professionisti sanitari, mondo scientifico e rappresentanti dei cittadini per delineare una strategia condivisa contro l’antimicrobico-resistenza.
L’Italia continua a presentare livelli di antibiotico-resistenza e di infezioni correlate all’assistenza superiori alla media europea. Un dato che impone una riflessione profonda non soltanto sull’utilizzo degli antibiotici, ma sull’intera organizzazione dell’assistenza sanitaria
La resistenza antimicrobica, infatti, non nasce da un singolo fattore: è il risultato di inappropriatezze prescrittive, carenze nella prevenzione delle infezioni, insufficiente integrazione tra ospedale e territorio e difficoltà nell’accesso alle innovazioni diagnostiche e terapeutiche.
Il messaggio emerso dal confronto è chiaro: la risposta deve essere multidisciplinare e seguire una logica One Health, che considera strettamente collegate la salute umana, quella animale e la tutela dell’ambiente. L’antibiotico-resistenza, infatti, richiede un’azione coordinata che coinvolga medicina territoriale, farmacie, strutture residenziali, laboratori di microbiologia, servizi veterinari e cittadini.
Tra le priorità individuate dagli esperti, la diagnostica rapida occupa un posto centrale. La possibilità di identificare in tempi brevi il microrganismo responsabile di un’infezione consente, infatti, di scegliere tempestivamente la terapia più appropriata e di ridurre il ricorso agli antibiotici ad ampio spettro, il cui utilizzo indiscriminato rappresenta uno dei principali motori della selezione di ceppi resistenti. Una diagnosi più accurata permette inoltre la cosiddetta “de-escalation” terapeutica, ovvero il passaggio a trattamenti più mirati non appena siano disponibili informazioni microbiologiche affidabili.
Accanto alla diagnostica, un ruolo determinante è affidato ai programmi di antimicrobial stewardship, ovvero a quell’insieme di strategie che promuovono l’uso appropriato degli antibiotici lungo tutto il percorso assistenziale. Non si tratta soltanto di prescrivere meno antibiotici, ma di prescriverli meglio: scegliere il farmaco corretto, alla dose giusta, per il tempo necessario e per il paziente appropriato. Questo approccio consente di preservare l’efficacia delle terapie esistenti e, allo stesso tempo, di migliorare gli esiti clinici.
Un altro pilastro della lotta all’antibiotico-resistenza riguarda la prevenzione delle infezioni. Gli esperti hanno sottolineato come molte infezioni correlate all’assistenza possano essere evitate attraverso il rafforzamento delle misure di infection prevention and control. L’adesione alle pratiche di igiene delle mani, la sorveglianza epidemiologica, gli audit clinici e la formazione continua del personale sanitario rappresentano strumenti semplici ma estremamente efficaci per ridurre la diffusione dei microrganismi resistenti. Investire nella prevenzione significa ridurre il numero di infezioni e, di conseguenza, anche il bisogno di trattamenti antibiotici.
Particolare attenzione merita poi la popolazione anziana, oggi tra le più esposte alle conseguenze dell’antimicrobico-resistenza. Fragilità, multimorbilità, ricoveri frequenti e percorsi assistenziali complessi aumentano, infatti, il rischio di infezioni da batteri resistenti. Per questo motivo, le strategie di stewardship dovrebbero essere integrate nei programmi di presa in carico dei pazienti più vulnerabili, con una valutazione attenta delle condizioni cliniche, della funzionalità renale e dell’effettiva necessità di terapia antibiotica. Una maggiore continuità tra ospedale, territorio e strutture residenziali può inoltre contribuire a limitare trattamenti inutili o non appropriati.
Importante è anche il contributo della medicina territoriale. Molti antibiotici vengono prescritti al di fuori dell’ospedale e proprio qui si gioca una parte decisiva della sfida. Medici di medicina generale e farmacisti possono svolgere un ruolo fondamentale nell’educazione dei cittadini, nella gestione precoce delle infezioni e nella promozione di comportamenti responsabili. Contrastare la convinzione che l’antibiotico rappresenti sempre la soluzione più efficace, soprattutto nelle infezioni di origine virale, rimane una delle priorità per ridurre l’uso inappropriato di questi farmaci.
La lotta all’antibiotico-resistenza richiede, infine, una governance forte e basata sui dati. Sorveglianza epidemiologica, indicatori misurabili, reti microbiologiche efficienti e restituzione sistematica delle informazioni ai professionisti sono elementi indispensabili per monitorare il fenomeno e correggere tempestivamente le strategie. Il messaggio che emerge da “La Sanità che Vorrei”, quindi, è netto: non esiste una singola soluzione all’antibiotico-resistenza. Servono diagnosi più rapide, prevenzione più efficace, uso appropriato degli antibiotici, investimenti nella ricerca e una maggiore integrazione tra ospedale e territorio. In altre parole, è necessario costruire un sistema capace non solo di curare meglio le infezioni, ma soprattutto di prevenirle e di preservare per il futuro uno degli strumenti terapeutici più preziosi della medicina moderna.








