Caritas: cresce la povertà sanitaria in Italia
La povertà in Italia non è più soltanto sinonimo di redditi bassi, precarietà lavorativa o disagio abitativo. Sempre più spesso significa anche difficoltà ad accedere alle cure, rinuncia a visite mediche e aggravamento delle condizioni di salute. È la fotografia che emerge dal Report statistico nazionale 2026 della Caritas Italiana, che dedica un ampio approfondimento al rapporto tra povertà e bisogni sanitari, mettendo in luce una realtà sempre più preoccupante: la salute sta diventando un nuovo fattore di disuguaglianza sociale.
I numeri descrivono un fenomeno ormai strutturale. Nel 2025 la rete Caritas ha accompagnato 282.539 persone attraverso 3.520 servizi attivi in 206 diocesi. Sebbene rispetto all’anno precedente l’aumento degli assistiti sia stato contenuto (+1,7%), nell’ultimo decennio le persone sostenute dalla rete sono cresciute del 48%. Un dato che segnala come la povertà non sia più soltanto un’emergenza temporanea, ma una condizione sempre più stabile e duratura
All’interno di questo scenario, la componente sanitaria assume un peso crescente. Oltre 44 mila persone, pari al 16,1% degli assistiti Caritas, presentano infatti una fragilità sanitaria legata a malattie croniche, disabilità, disturbi mentali o altre condizioni di salute aggravate dall’esclusione sociale. Ancora più significativo è il fatto che la crescita dei problemi sanitari risulti molto più rapida rispetto all’aumento complessivo della povertà: in dieci anni le persone con problemi di salute sono aumentate del 69,4%, mentre quelle con disabilità sono cresciute addirittura del 102,6%.
Per motivi economici si rinuncia alle cure
Il quadro nazionale conferma questa tendenza. Secondo i dati riportati nel Rapporto, quasi 5,8 milioni di italiani, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato almeno una volta a una visita specialistica o a un esame diagnostico pur avendone bisogno. Un valore in netto peggioramento rispetto al 7,6% registrato nel 2023. A pesare sono soprattutto le lunghe liste d’attesa del servizio pubblico e l’impossibilità economica di ricorrere a prestazioni private.
La rinuncia alle cure, tuttavia, non colpisce tutti allo stesso modo. Le persone economicamente più fragili sono anche quelle che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso ai servizi: procedure burocratiche complesse, difficoltà nell’utilizzo delle piattaforme digitali, scarsa conoscenza dei propri diritti e limitata capacità di orientarsi nei percorsi sanitari. In questo modo la povertà diventa essa stessa un determinante di salute, alimentando un circolo vizioso nel quale la malattia genera ulteriore disagio economico e sociale.
Particolarmente allarmante è poi la situazione della salute mentale. Tra le persone che manifestano problemi psicologici o psichiatrici, quasi l’80% presenta contemporaneamente almeno altre tre forme di bisogno, dalla povertà economica alla precarietà abitativa, fino all’isolamento sociale. Inoltre, oltre il 40% di queste persone è seguito dalla Caritas da più di cinque anni, a conferma di una fragilità che tende a cronicizzarsi nel tempo.
Un ulteriore fattore di rischio è rappresentato dalla solitudine. Quasi un assistito su tre vive da solo e, all’interno di questa categoria, i problemi sanitari risultano significativamente più frequenti rispetto a chi vive in un nucleo familiare. La mancanza di una rete relazionale limita, infatti, la capacità di chiedere aiuto, rispettare le terapie e affrontare tempestivamente eventuali problemi di salute.
Le iniziative a favore dei più svantaggiati
Per rispondere a queste esigenze, nel 2025 la rete Caritas ha realizzato oltre 76 mila interventi sanitari. La forma di sostegno più diffusa è stata la fornitura di farmaci, che ha riguardato oltre la metà delle persone aiutate. Seguono le visite mediche, i contributi per spese sanitarie, le cure odontoiatriche, gli occhiali da vista, gli esami clinici e le prestazioni infermieristiche. Complessivamente oltre il 90% delle richieste sanitarie ricevute ha trovato una risposta concreta.
Ma il problema, sottolinea la Caritas, non può essere affrontato soltanto attraverso interventi assistenziali. Il vero nodo riguarda la capacità del sistema pubblico di intercettare e accompagnare le persone più vulnerabili. È significativo che appena l’8% degli assistiti risulti preso in carico dai servizi pubblici territoriali, con profonde differenze tra le diverse aree del Paese.
Da qui nasce la proposta avanzata dal Rapporto. Per contrastare la povertà sanitaria non basta aumentare le prestazioni mediche. Occorre costruire una presa in carico integrata che metta in rete sanità territoriale, servizi sociali, Comuni, Terzo settore e comunità locali. Servono percorsi di orientamento, accompagnamento amministrativo, mediazione con i servizi e sostegno continuativo alle persone più fragili. Allo stesso tempo è necessario ridurre le liste d’attesa, abbattere le barriere economiche e digitali e raggiungere quel vasto mondo di “irraggiunti”, che oggi resta ai margini dei percorsi di cura.
Il messaggio finale della Caritas è chiaro: il diritto alla salute non può essere garantito soltanto sulla carta. Se povertà, solitudine, basso livello di istruzione e precarietà continuano a impedire l’accesso alle cure, l’universalità del Servizio sanitario nazionale rischia di trasformarsi in un principio formale. Spezzare il legame tra povertà e malattia significa quindi investire non solo sulla sanità, ma anche sulle politiche sociali, sull’inclusione e sulla prossimità ai cittadini più fragili. Perché oggi, in Italia, essere poveri significa sempre più spesso avere meno possibilità di curarsi.








