Case della Comunità, un ritardo prevedibile
I dati recentemente pubblicati da Agenas evidenziano un significativo ritardo nell’attivazione delle Case di Comunità. Ritenute fondamentali per il rafforzamento dell’assistenza sanitaria territoriale, e come tali previste e finanziate dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), le Case di Comunità programmate sono 1.717, ma al 20 dicembre 2024 risultavano attive con almeno un servizio solamente 485, pari al 28% del totale previsto. Se poi contiamo quelle dotate di tutti i servizi obbligatori, allora il numero scende a 118 (7%), ma a queste ultime manca ancora un’adeguata presenza di medici e infermieri.
Ad Agenas, quindi, risultano pienamente operative, con tutti i servizi obbligatori e con la presenza di personale, solamente 46 Case di Comunità, meno del 3%.
Sono dati che fanno riflettere e che sembrano confermare i timori espressi a suo tempo, anche dagli stessi operatori sanitari, circa l’effettivo funzionamento di queste nuove strutture. La situazione poi appare molto variegata tra le varie Regioni, in quanto la distribuzione delle Case di Comunità è molto disomogenea: tra le 485 con almeno un servizio attivo se ne contano 138 in Lombardia, 125 in Emilia-Romagna, 62 in Veneto, 42 in Toscana e 38 nel Lazio, mentre le altre regioni presentano numeri significativamente inferiori, con alcune che non ne hanno ancora attivata nessuna. Ulteriore problema riguarda poi la carenza del personale medico e infermieristico rispetto agli standard previsti, un gap che si è pensato di colmare con il passaggio alla dipendenza dei medici di medicina generale, provvedimento non ben accettato e di non semplice soluzione. Ma il tempo stringe e una qualche decisione va presa in fretta, prima che sia troppo tardi. Anche perché i pazienti continuano a rivolgersi agli ospedali per problematiche che potrebbero essere gestite a livello locale.
Le Case della Comunità, da sole, non possono certo garantire un’autentica assistenza di prossimità, visto che ad ogni struttura faranno capo circa 40-50.000 cittadini. Ben diversa la capillarità delle 19.000 farmacie italiane, che garantiscono oggi la presenza di una ogni 3.000 abitanti e oggettivamente rappresentano il primo presidio sanitario di prossimità. Ogni cittadino, infatti, in media ha a disposizione una farmacia raggiungibile in soli cinque minuti a piedi dalla propria abitazione. E alla peculiare capillarità della rete delle farmacie bisogna anche aggiungere la sempre più ampia diffusione della farmacia dei servizi, che oggi -e ancor di più con la firma della nuova Convenzione- dà la possibilità di trovare facilmente in farmacia servizi di telemedicina, analisi di prima istanza per il monitoraggio delle patologie croniche, somministrazione di vaccini e programmi di informazione e screening.
Quello che è auspicabile, e che sarà la vera chiave di volta per riorganizzare l’assistenza territoriale di prossimità, consiste nel poter garantire una reale integrazione delle strutture sanitarie territoriali attraverso una collaborazione strutturata tra farmacie, ambulatori medici, infermieri e là, dove saranno veramente operative, le Case di Comunità. Solamente così, attraverso questa ideale sinergia, si potrà creare una rete di assistenza sanitaria reale e ancora più efficace, capace veramente di deospedalizzare e di accogliere e curare tutti i pazienti, offrendo un’assistenza realmente di prossimità.
La nuova Convenzione Farmaceutica rappresenta un passo decisivo per rafforzare questa integrazione, garantendo ai cittadini un servizio sanitario più moderno, efficiente e veramente capillare.
(La voce di Federfarma, Farma7 n. 8 – 2025 ©riproduzione riservata)








