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Case e Ospedali di Comunità: il bilancio Agenas segnala un’Italia a due velocità

20 Aprile 2026
Attualità

L’attuale monitoraggio Agenas sull’attuazione nel secondo semestre 2025 di Case e Ospedali di Comunità non offre dati rassicuranti, ma anzi segnala un’Italia a due velocità.  Un ritardo, soprattutto nelle Regioni del Sud, che rischia di trasformare queste strutture in “cattedrali nel deserto”, a pochi mesi dalle scadenze europee.

Case della Comunità: operative meno della metà, complete solo il 4%

Secondo Agenas, al secondo semestre 2025 risultano attive 781 Case della Comunità con almeno un servizio, appena il 45% delle 1.715 programmate. Ma il dato più critico riguarda quelle pienamente operative: solo 66 strutture, meno del 4%, sono dotate di tutti i servizi obbligatori e della presenza medica e infermieristica prevista dal DM 77 (h24 per gli Hub, 12 ore per gli spoke). Altre 219 Case di Comunità hanno tutti i servizi, ma senza personale sanitario presente.

La distribuzione geografica evidenzia profonde differenze: Lombardia (150), Emilia‑Romagna (143), Lazio (96), Toscana (79) e Veneto (64) guidano la classifica delle strutture con almeno un servizio attivo. All’estremo opposto, Basilicata e PA Bolzano non registrano alcuna CdC operativa. Solo 22 le Case pienamente funzionanti in Lombardia, 15 in Emilia‑Romagna e appena 6 nel Lazio. In otto Regioni non ce n’è nemmeno una con servizi completi e personale presente

Ospedali di Comunità: lenta la messa a terra

Il ritardo è evidente anche sul fronte degli Ospedali di Comunità: ne risultano attivi 163 su 594, il 27% del totale previsto. Veneto (47), Lombardia (30) ed Emilia‑Romagna (24) mostrano i progressi maggiori, mentre Basilicata, Marche, PA Bolzano e Valle d’Aosta registrano un desolante zero.

Si tratta di strutture fondamentali per la gestione della cronicità e dei pazienti fragili, con un ruolo potenzialmente strategico anche per alleggerire i pronto soccorso e migliorare la continuità assistenziale. Ma il ritardo infrastrutturale e organizzativo rischia di comprometterne l’efficacia complessiva.

Centrali Operative Territoriali: l’unica nota positiva

Le Centrali Operative Territoriali (COT) rappresentano invece la parte più avanzata della riforma: 625 attive sulle 657 previste, con 480 strutture che hanno già raggiunto il target di rilevanza comunitaria fissato dal Ministero della Salute e validato dalla Commissione Europea. Sono le uniche a muoversi in linea con gli standard del DM 77, confermandosi come perno funzionale nella gestione dei percorsi di cura e nella comunicazione tra i diversi nodi della rete sanitaria.

Un nodo cruciale anche per i farmacisti

Il ritardo nell’attivazione delle Case e degli Ospedali di Comunità riguarda da vicino anche il mondo della farmacia. Le CdC dovrebbero rappresentare uno spazio di integrazione con il territorio, dove la farmacia dei servizi dialoga con équipe multiprofessionali, infermieri di famiglia, medici di medicina generale e servizi sociali. La loro mancata piena operatività indebolisce la rete di prossimità e limita le possibilità di presa in carico condivisa.

Allo stesso modo, la lentezza degli Ospedali di Comunità rallenta l’evoluzione verso modelli di gestione del paziente cronico in cui la farmacia territoriale potrebbe svolgere un ruolo di ponte fondamentale nella continuità terapeutica.

Conclusioni

Il report Agenas mette in luce una riforma ancora incompiuta. Le COT mostrano che gli obiettivi sono raggiungibili, ma la frammentazione nella realizzazione delle Case e degli Ospedali di Comunità richiede interventi urgenti, soprattutto nel Mezzogiorno. Per le farmacie, che hanno nella prossimità il loro valore distintivo, il pieno decollo di queste strutture rappresenta un tassello imprescindibile di un nuovo modello di assistenza realmente integrato.