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Equivalenti: il gap culturale che costa un miliardo agli italiani

26 Giugno 2026
Attualità

Ogni anno gli italiani spendono oltre un miliardo di euro di tasca propria per scegliere un farmaco di marca, pur potendo ricorrere a un farmaco equivalente terapeuticamente sovrapponibile. Un dato questo che, da solo, racconta quanto il tema dei medicinali equivalenti continui a essere prima di tutto una questione culturale e informativa. È questa una delle evidenze più significative che emerge dalla VI edizione della campagna “IoEquivalgo” di Cittadinanzattiva, i cui risultati sono stati recentemente presentati al ministero della Salute.

L’indagine, realizzata da Swg su un campione rappresentativo di 2.500 cittadini maggiorenni, restituisce infatti l’immagine di una popolazione mediamente attenta alla salute, ma spesso orientata verso comportamenti contraddittori: da un lato cresce il bisogno di informazioni, dall’altro aumentano il ricorso al web, all’intelligenza artificiale e all’automedicazione.

Profonde differenze regionali

In questo scenario, la diffusione dei farmaci equivalenti continua a procedere a velocità diverse nel Paese. Il Nord si conferma l’area più incline al loro utilizzo, con una quota del 41,4% delle confezioni dispensate, contro il 30,1% del Centro e il 24,8% del Sud, contro una media nazionale che si ferma al 33,3%. Le performance migliori si registrano nella Provincia autonoma di Trento (45,9%), in Lombardia (43,5%) e in Piemonte (42,1%), mentre in coda si collocano Campania (21,7%), Calabria (22,5%) e Basilicata (23,9%).

Le differenze territoriali si riflettono direttamente sulla spesa sostenuta dai cittadini. A versare i differenziali di prezzo più elevati per ottenere il farmaco branded risultano i residenti di Lazio e Molise, mentre la Lombardia è la regione in cui il ricorso agli equivalenti consente il maggior contenimento della spesa privata.

Eppure, nonostante i risparmi potenziali, la conoscenza di questi medicinali sembra arretrare. Secondo l’indagine, negli ultimi cinque anni la familiarità con i farmaci equivalenti è diminuita del 5%. Il dato più preoccupante riguarda i giovani: soltanto il 50% degli appartenenti alla Generazione Z dichiara di conoscerli bene, contro una media nazionale del 70% e il 79% registrato tra i baby boomers.

Atteggiamenti su cui riflettere

La minore consapevolezza delle nuove generazioni si inserisce in un quadro più ampio di cambiamento del rapporto con la salute. Per il 56% degli italiani piccoli disturbi come stanchezza, insonnia e dolori osteoarticolari sono ormai una presenza costante nella vita quotidiana. Per affrontarli, accanto al medico di famiglia e al farmacista, cresce il ricorso agli strumenti digitali: il 10% cerca risposte su Internet e l’8% si affida all’intelligenza artificiale, quota che sale al 15% tra i più giovani. Inoltre, l’81% degli intervistati si considera informato in materia sanitaria, ma oltre la metà indica il web come fonte principale di informazione.

L’indagine evidenzia anche atteggiamenti che dovrebbero far riflettere. Diminuisce la convinzione che i farmaci vadano assunti con particolare cautela, mentre cresce la tendenza a considerarli strumenti di immediata risoluzione del problema. Il 38% degli italiani dichiara di fare scorta dei medicinali più utilizzati; tra Millennials e Gen Z si registrano, inoltre, comportamenti poco corretti, come l’assunzione di farmaci scaduti o lo smaltimento improprio delle confezioni.

Le proposte di Cittadinanzattiva

Questi risultati indicano la necessità di un cambio di passo nelle politiche di informazione e formazione. Le proposte avanzate da Cittadinanzattiva al Ministero partono dalla realizzazione di una grande campagna istituzionale di comunicazione, capace di utilizzare in modo efficace social media e canali digitali per raggiungere soprattutto il pubblico più giovane. A questa dovrebbe affiancarsi un rafforzamento dell’educazione sanitaria all’interno delle scuole e delle università, con percorsi dedicati alla corretta informazione sui medicinali e sul valore degli equivalenti.

Un secondo fronte riguarda i professionisti sanitari. L’associazione propone, infatti, di integrare nei percorsi universitari e nella formazione continua contenuti specifici sul valore clinico, terapeutico ed economico dei farmaci equivalenti, sviluppando parallelamente competenze comunicative che consentano a medici e farmacisti di contrastare diffidenze e falsi miti ancora molto diffusi. Significativo, in questo senso, il dato secondo cui il 96% dei farmacisti coinvolti nel percorso formativo promosso dalla campagna ne ha riconosciuto l’utilità.

Altrettanto importante è la richiesta di rendere sistematico il monitoraggio del percorso del farmaco e di attivare tavoli permanenti di confronto nelle regioni del Centro-Sud, dove il ricorso agli equivalenti resta più basso rispetto alla media nazionale. L’obiettivo è comprendere e superare gli ostacoli culturali, organizzativi e informativi che ancora limitano la diffusione di questi medicinali.

Infine, Cittadinanzattiva chiede politiche in grado di garantire la disponibilità costante dei farmaci equivalenti e di valorizzarne il ruolo strategico per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e per la tutela delle famiglie più vulnerabili. Una linea condivisa anche dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, che ha ricordato come gli equivalenti abbiano generato tra il 2018 e il 2024 risparmi complessivi per 5,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi soltanto nell’ultimo anno.

La sfida, dunque, non è dimostrare l’efficacia degli equivalenti, ormai consolidata, ma costruire una maggiore fiducia tra i cittadini. Perché se un miliardo di euro continua a essere speso ogni anno per preferire il marchio all’equivalente, il vero divario da colmare non è economico, ma culturale.