Farmaco: bene l’export, ma occhio alle dipendenze strategiche
Nel panorama industriale italiano, pochi settori hanno mostrato nel 2025 la vitalità del comparto farmaceutico. Mentre la manifattura nel suo complesso si è accontentata di una crescita moderata dell’export -appena il 3,2%- l’industria del farmaco ha registrato un balzo del 28,5%, diventando il principale motore della competitività italiana sui mercati globali.
È quanto emerge dal Rapporto sulla Competitività dei Settori Produttivi 2026 dell’Istat, che dedica alla farmaceutica un’analisi ampia e dai contorni non sempre rassicuranti
L’America come acceleratore dell’export
A trainare il settore è stato soprattutto il mercato statunitense. Le esportazioni verso gli Usa sono cresciute del 54,1% nel 2025, con una dinamica impressionante nei primi sette mesi dell’anno (+73,2%). Risultato: la farmaceutica è diventata il primo comparto per valore dell’export italiano negli Stati Uniti, con una quota del 22,7%.
Dietro questo boom, avverte l’Istat, non c’è soltanto vitalità industriale. Oltre il 95% dei flussi commerciali è generato da multinazionali operanti in Italia. La performance, quindi, riflette in larga misura riposizionamenti intra-gruppo, più che un incremento strutturale della produzione nazionale. Non a caso, le imprese italiane a controllo estero mostrano un’esposizione al mercato americano superiore del 244% rispetto alla media.
Un altro elemento sorprendente riguarda l’impatto dei dazi americani introdotti nel 2025. Mentre la maggior parte dei settori manifatturieri italiani ne ha risentito negativamente, la farmaceutica ha beneficiato di un effetto positivo: +4,5% di export aggiuntivo, pari a circa 528 milioni di euro in più rispetto a uno scenario senza tariffe. Questo grazie a due fattori: alcune esenzioni specifiche per i prodotti europei e un riorientamento dei flussi globali che ha premiato il posizionamento italiano.
L’altra faccia della medaglia: la dipendenza dalla Cina
Se l’export fotografa un settore brillante, l’import racconta tutt’altra storia. Nel 2025, gli acquisti di prodotti farmaceutici dalla Cina sono cresciuti del 933,7%, passando da 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro. Nei primi sette mesi dell’anno, l’aumento ha sfiorato il 1.115%: è un dato senza precedenti, che pone interrogativi strategici di grande rilievo. La causa principale è l’esclusione dei prodotti cinesi dal mercato americano, che ha spinto una parte significativa della produzione di Pechino verso l’Europa. L’Italia, insieme ad altri Paesi Ue, ne ha assorbito una quota elevata, per lo più per effetto di movimenti intra-gruppo delle multinazionali. Così, la Cina è salita al 13,4% dell’import farmaceutico italiano, sottraendo quasi cinque punti alla Germania.
Un settore forte, ma vulnerabile
Sul versante dell’approvvigionamento, la dipendenza dai principi attivi di Paesi politicamente instabili o coinvolti in tensioni geopolitiche rappresenta una fragilità non trascurabile. La recente crisi nell’area di Hormuz e le tensioni tra Stati Uniti e Cina mostrano quanto rapidamente le catene del valore possano essere perturbate.
Il quadro finale, quindi, è fatto di luci e ombre. L’Italia conferma una presenza di primo piano nella farmaceutica globale, con capacità produttive e tecnologiche di alto livello. Ma questa forza si regge su catene del valore dominate da multinazionali e su equilibri geopolitici precari. Per i farmacisti -e per il sistema sanitario- ciò significa che la solidità dell’offerta non può essere data per scontata: l’accesso ai principi attivi e ai prodotti intermedi rimane un punto nevralgico su cui il Paese non può permettersi distrazioni.








