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I finanziamenti del Fondo Sanitario alla luce del Coronavirus

13 Marzo 2020
News dal territorio

I reparti di terapia intensiva non reggono l’afflusso degli infetti di Coronavirus. Il Covid-19 sta forse decretando la morte per collasso del nostro servizio ospedaliero e del Ssn?

L’obbligo di stare in casa è legato non solo e non tanto alla virulenza del Covid-19 e all’incremento degli infetti e dei tassi di mortalità, ma soprattutto al fatto che sta mettendo in crisi i reparti di terapia intensiva. La previsione, se non si riesce a bloccare la sua diffusione, è che gli ospedali non potranno affrontare questa eccezionale situazione, perché mancano i posti letto e non basta l’abnegazione del personale ospedaliero. C’è il timore, quindi, che il coronavirus causi la morte per collasso del nostro sistema sanitario, prima ancora dei malati. Questo pensiero suggerisce allora alcune doverose riflessioni: forse che il nostro Ssn è inadeguato? O meglio, che il sistema ospedaliero non è pronto ad affrontare un’emergenza? O ancora, che i reparti di terapia intensiva non sono stati sufficientemente finanziati?

 

Analizziamo i finanziamenti del Fondo Ssn alla luce della recente emergenza sanitaria

Analizziamo in sintesi i finanziamenti del Ssn italiano, che oggi raggiungono i 114,5 miliardi di euro, meno di quanto non siano finanziati gli altri Sistemi sanitari. La politica ci dice che ogni anno, ad ogni manovra economica, gli stanziamenti per la Sanità sono aumentati (eccetto nel 2006, 2013 e 2015), tant’è vero che negli anni ’80 erano pari a 9 miliardi di euro e nel 2000 i fondi stanziati si aggiravano su 70 miliardi di euro. Non sarebbe giusto, quindi, accusare gli amministratori del tempo di aver tagliato i fondi da destinare al Ssn, ma a ben vedere se non di tagli, certo di sotto finanziamenti si può parlare, perché gli incrementi sono sempre stati al di sotto delle previsioni e delle necessità. Secondo i calcoli della Fondazione Gimbe, negli ultimi cinque anni si sono così risparmiati 37 miliardi di euro.
Se poi consideriamo la svalutazione della moneta, allora il finanziamento reale -secondo quanto riporta Lorenzo Borga su “Il Foglio” del 9 marzo- avrebbe dovuto essere nel 2010 di 117 miliardi e non i 105,5 realmente stanziati. Ben più poi di quanto finanziato con l’ultima Legge di Bilancio, dopo addirittura 10 anni. Ne consegue che la Sanità in Italia è stata sotto finanziata, a differenza di quanto successo in Germania, Francia e Regno Unito, che nell’ultimo decennio hanno sempre aumentato gli stanziamenti reali. Peraltro, i dati elaborati dall’Ocse rivelano che la spesa pubblica italiana nel settore sanitario ha smesso dal 2007 di crescere rispetto al Pil, perdendo così circa mezzo punto percentuale. Non di meno, la Sanità italiana viene giudicata assai soddisfacente: secondo la classifica elaborata da Bloomberg l’Italia è per efficienza al terzo posto su 51 Paesi al mondo e al primo posto in Europa. E lo testimonia il fatto che, peraltro, abbiamo i più bassi tassi di mortalità rispetto agli indici dell’Unione europea, minori ricoveri ospedalieri per malattie croniche e maggiore sopravvivenza in caso di tumori.
Tutto questo nonostante le Regioni abbiano man mano tagliato i posti letto, per far fronte alla diminuzione dei finanziamenti, al punto che ora abbiamo 3,2 posti letto ospedalieri ogni 1.000 abitanti, molto meno rispetto a Germania e Francia, che registrano percentuali doppie rispetto a noi. È questa la causa, quindi, per cui i reparti di terapia intensiva non riescono a far fronte all’emergenza Coronavirus? Si direbbe di no, dato che i tagli hanno riguardato altri reparti ospedalieri, mentre il servizio di terapia intensiva ha visto, in questi ultimi 10 anni, cresciuti i suoi posti letto di qualche centinaio. Per quanto riguarda l’Italia, inoltre, il vero problema -continua l’analisi di Lorenzo Borga su “Il Foglio”- è l’età dei medici in servizio, i più vecchi d’Europa: il 40% è ormai tra i 55 e i 65 anni, e oltre il 50% ha superato i 55 anni. Il bisogno di risparmiare ha, infatti, bloccato il turnover delle assunzioni e questa politica darà i suoi negativi risultati sempre più nei prossimi anni.
Certo, gli effetti del Coronavirus erano imprevedibili e questa pandemia ha fatto scoppiare il servizio ospedaliero e, soprattutto, l’assistenza intensiva. Ma che futuro ci attende, una volta superata questa emergenza? Due sono le problematiche sul tappeto: l’età avanzata del personale medico e infermieristico e il progressivo invecchiamento della popolazione (siamo il Paese europeo con la più alta percentuale di over 65 e over 85 anni), che fa prevedere un progressivo incremento delle spese sanitarie. Si calcola, infatti, che la spesa sanitaria pro-capite aumenterà dell’1,5% ogni anni fino al 2030 e, secondo la Fondazione Gimbe, il fabbisogno finanziario nel 2025 raggiungerà addirittura i 230 miliardi di euro.
Anche queste previsioni rappresentano una ulteriore pandemia da tener ben presente, non meno pericolosa del Coronavirus.