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Istat: Rapporto annuale 2025 la situazione del paese

19 Giugno 2025
Articoli Ricerche e documenti

ll “Rapporto annuale 2025” dell’Istat, – che fotografa la situazione del Paese analizzando i dati relativi all’economia e all’ambiente, alla popolazione e alla società, al sistema economico e alle generazioni presenta anche alcuni dati relativi alla condizione di salute degli italiani, sui quali vale la pena soffermarsi. Come ben descrive Luciano Fassari su “Quotidiano Sanità”, raccontano una realtà spietata: viviamo di più, ma non meglio. E a farne le spese sono soprattutto le donne, i residenti del Mezzogiorno e chi non può permettersi il lusso di una sanità privata.

Dall’apparente trionfo della longevità -81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne- emerge un dato allarmante: la speranza di vita in buona salute continua a ridursi.

Una donna italiana oggi ha un’aspettativa media di vivere in buona salute pari a 56,6 anni, segnando il peggior dato dell’ultimo decennio. Peggio ancora se nasce al Sud: la sua vita in buona salute è inferiore a quella delle donne del Nord-Est. Nel frattempo, cresce il fenomeno della rinuncia alle cure: un italiano su dieci ha smesso di curarsi, a causa delle liste d’attesa infinite e dei costi eccessivi. Il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, sembra essere messo in discussione. E mentre il disagio psicologico dilaga tra giovani e anziani, le disuguaglianze si cristallizzano: tra uomini e donne, tra Nord e Sud, tra istruiti e meno istruiti. Le disabilità aumentano con l’età, ma i servizi faticano a rispondere e così il sistema sanitario nazionale, nato per essere universale, appare oggi sempre più selettivo, frammentato e inaccessibile. Ecco, in sintesi, i punti salienti su salute e sanità fotografati dall’Istat.

Le condizioni di salute: più anni di vita ma con più fragilità

La speranza di vita in buona salute rappresenta una sintesi efficace delle sfide poste da una società che invecchia: ma non basta vivere più a lungo, occorre garantire che gli anni siano vissuti in autonomia e con una migliore qualità della vita. Nel 2024 si è raggiunto un nuovo massimo storico (gli uomini possono contare di vivere in media 81,4 anni e le donne 85,5), ma a questo aumento della longevità, fa da contraltare una riduzione degli anni in buone condizioni di salute. Per gli uomini la speranza di vita in buona salute è di 59,8 anni (come nel 2019), ma per le donne, invece, i 56,6 anni sono i più bassi dell’ultimo decennio. Nel 2024 si confermano poi le differenze geografiche che penalizzano il Mezzogiorno, con i livelli più bassi di speranza di vita in buona salute (55,5 anni), rispetto al Centro e al Nord (rispettivamente 58,9 e 59,7 anni). Inoltre, si conferma anche lo svantaggio di genere: una donna che nasce nel Mezzogiorno può contare di vivere in buona salute solo fino a 54 anni, a differenza di una nata nel Nord-Est, che può in media aspettarsi di vivere in buona salute fino a 58,8 anni. Per gli uomini le differenze sono meno marcate, ma i residenti nel Mezzogiorno sono comunque caratterizzati da una speranza di vita in buona salute più bassa: 57,1 anni, rispetto a 62,5 anni per i residenti nel Nord-Est. La longevità è anche connessa con i livelli di mortalità evitabile, ovvero i decessi sotto i 75 anni che potrebbero essere ridotti o prevenuti. Questo dato è la sintesi di due componenti: la mortalità prevenibile, legata alla prevenzione primaria e alla promozione di stili di vita salutari, e la mortalità trattabile, associata alla capacità del sistema sanitario di diagnosticare e curare tempestivamente.

Nel 2022, il tasso di mortalità evitabile in Italia è il secondo più basso in Europa (17,7 decessi per 10.000 abitanti), ma il nostro Paese negli ultimi 10 anni ha visto questo tasso diminuire in modo meno consistente, rispetto ai Paesi che occupano le migliori posizioni. Questa condizione può migliorare se si potenziano gli screening, le diagnosi precoci e le terapie, assicurando un sistema sanitario in grado di rispondere efficacemente ai bisogni di cura. I divari di genere sono ampi (la mortalità evitabile è quasi doppia negli uomini) e persistono forti differenze territoriali, con tassi più alti nel Sud e nelle Isole. Aumenta il numero dei cittadini che rinunciano alle cure, per motivi spesso economici, organizzativi o legati all’offerta. Nel 2024, circa una persona su dieci (9,9%) ha riferito di avere rinunciato negli ultimi 12 mesi a visite o esami specialistici, soprattutto a causa delle lunghe liste di attesa (6,8) e per la difficoltà di pagare le prestazioni sanitarie (5,3%). La rinuncia è in aumento sia rispetto al 2023 (7,5%), sia rispetto al periodo pre-pandemico (6,3% nel 2019), per l’aggravarsi delle difficoltà di prenotazione. Nel dettaglio, la quota di persone che rinunciano a causa delle lunghe liste di attesa è cresciuta di 4,0 punti percentuali rispetto al 2019 e di 2,3 punti rispetto al 2023. Anche le motivazioni economiche sono aumentate rispetto all’anno precedente (+1,1%), in un contesto in cui cresce anche il ricorso al privato per visite ed esami specialistici: il 23,9% delle persone nel 2024 ha pagato di tasca propria l’ultima visita specialistica, contro il 19,9% del 2023. La rinuncia a prestazioni sanitarie è più frequente tra le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%), con il divario massimo nella classe di età 25-34 anni, mentre la differenza si riduce tra i 65 e i 74 anni e si annulla dai 75 anni in poi.

Per quanto riguarda le differenze geografiche, il problema della rinuncia alle prestazioni sanitarie ha interessato nel 2024 il 9,2% dei residenti nel Nord, il 10,7% nel Centro e il 10,3% nel Mezzogiorno. Rispetto al 2019, si osserva una riduzione del divario territoriale, determinata da un peggioramento soprattutto nelle regioni settentrionali: nel 2019, la quota era del 5,1% nel Nord e del 7,5% nel Mezzogiorno. Pure in un contesto di minore variabilità, persistono differenze territoriali alla base della rinuncia: nel Centro-nord sono riconducibili principalmente ai problemi delle lunghe liste di attesa (7,3% al Centro e 6,9% al Nord); nel Mezzogiorno, invece, pesano in eguale misura problemi economici e le lunghe liste di attesa (6,3% dei residenti). Per quanto riguarda il titolo di studio, nel 2024 le persone con basso livello di istruzione hanno rinunciato maggiormente a visite ed esami specialistici, rispetto a quanti possiedono un alto titolo di studio. Le differenze risultano particolarmente accentuate quando la rinuncia dipende da motivi economici, con un divario che tende ad aumentare con l’età. In particolare, nel 2024 ha rinunciato alle cure per motivi economici il 5,7% delle persone più istruite contro il 7,7% dei meno istruiti. Se il motivo della rinuncia è legato alle lunghe liste di attesa, invece, il divario per livello di istruzione riguarda soltanto gli anziani.

Aumenta il disagio psicologico degli italiani

Risulta in aumento, dal 2019, il disagio psicologico, in modo particolare tra i giovani, soprattutto donne. L’indice di salute mentale, che misura il benessere psicologico su una scala da 0 a 100, nel 2024 si attesta a 68,4 punti medi per le persone di 14 anni e più, ma sale a 70,4 punti tra i giovani di 14-24 anni e scende tra le persone più anziane, fino a raggiungere il valore minimo di 65,1 tra gli over75. Le differenze di genere, a svantaggio delle donne, sono presenti in tutte le classi di età, ma sono particolarmente accentuate tra i più giovani e tra i più anziani. Nel 2024, tra i giovani di 14-24 anni il punteggio medio è pari a 73,3 per i ragazzi e scende a 67,2 tra le coetanee, mentre tra le persone over75 l’indice si attesta a 68,5 tra gli uomini e scende a 62,7 tra le donne.

In Italia ci sono 3 milioni di disabili

Il Rapporto si sofferma, infine, sulle condizioni di salute dei disabili, che nel 2023 risultano essere 2 milioni e 904 mila (pari al 5% della popolazione), di cui 1 milione 690 mila sono donne. Nel corso degli anni la prevalenza risulta in lieve diminuzione: nel 2009 erano 3 milioni e 31 mila individui, un calo legato probabilmente sia alle migliori condizioni di salute della popolazione anziana, sia alla diffusione di ausili e tecnologie che riducono le limitazioni e favoriscono l’autonomia. In particolare, la percentuale più elevata di persone con disabilità si riscontra nelle classi più anziane: sono, infatti, il 19,2% tra gli anziani over75 e il 6,9% nella classe 65-74 anni, mentre nelle classi più giovani la percentuale di persone con disabilità è sensibilmente inferiore: si attesta all’1,4% tra coloro che hanno un’età inferiore a 44 anni e al 3,9% nella classe 45-64 anni. Tra le donne si osserva una prevalenza inferiore a quella degli uomini fino ai 64 anni, passati i quali la quota di donne con disabilità supera quella degli uomini. A livello territoriale, la prevalenza più elevata si registra nelle Isole (6,4%), seguono le regioni del Centro e del Sud, rispettivamente il 5,2% e 5,0%, mentre nel Nord-ovest (4,6%) e nel Nord-est (4,4%) le prevalenze sono più basse. Nel 2023, le persone con disabilità che dichiarano di stare bene o molto bene sono il 9,8% (12,8% tra gli uomini e 7,6 tra le donne), una percentuale che, nel corso degli anni, è andata lentamente migliorando: tra di loro la quota di quanti dichiarano di stare male o molto male è passata dal 61% del 2010 al 57,3% del 2023 (59,5% se donne). Uno degli indicatori più importanti per valutare le condizioni di salute della popolazione è la prevalenza della cronicità. Dal 2010 al 2023, la percentuale di persone con disabilità con almeno una patologia cronica (multi-cronici) ha oscillato leggermente intorno all’88%, evidenziando una sostanziale stabilità. Nel resto della popolazione si è osservata la stessa dinamica, ma con un livello sensibilmente più basso, intorno al 33%.  Nel 2023, tra le persone con disabilità, gli uomini con almeno una malattia cronica sono l’84,3% (32,4% nel resto della popolazione), le donne salgono al 90,6% (33,7% nel resto della popolazione) e, inoltre, la presenza di almeno una cronicità aumenta con l’età, da 58,6% nella classe di età18-44 anni (16,9% nel resto della popolazione) a 95,5% nella classe di età 75 anni e più (69,8% nel resto della popolazione).

Quadro demografico in diminuzione

Al 1° gennaio 2025, la popolazione residente in Italia risulta pari a 58 milioni 934mila unità, in lieve diminuzione (-0,6 per mille) rispetto al 1° gennaio 2024. Prosegue il processo di decremento della popolazione, in atto dal 2014 e ormai strutturale, evidenziando un calo in linea con quello del biennio precedente (-0,4 per mille nel 2023, -0,6 nel 2022). Questo calo riflette la dinamica naturale negativa: il numero di decessi (651mila nel 2024) è superiore a quello delle nascite (370mila), generando un saldo pari a -281mila unità. La diminuzione della mortalità nel 2024 (-3,1% sul 2023) ha contribuito all’aumento della speranza di vita alla nascita. Per gli uomini raggiunge gli 81,4 anni e per le donne 85,5, quasi cinque mesi di vita in più rispetto al 2023, superando i livelli pre-pandemici. La dinamica migratoria compensa in parte il deficit dovuto al saldo naturale negativo: nel 2024 le immigrazioni dall’estero (435mila) sono state più del doppio delle emigrazioni (191mila) e il saldo migratorio è pari a +244mila unità.

La procreazione medicalmente assistita

In quest’ultimo ventennio il ricorso alla procreazione medicalmente assistita (Pma) è notevolmente aumentato, passando dalle 63.585 nascite del 2005 alle 109.755 del 2022 (+72,6%), così come è raddoppiato il tasso di successo (dal 16,3% al 32,9%). Anche l’età media delle donne che ricorrono a queste tecniche è aumentata, da 34 anni nel 2005 a 37 anni nel 2022, e la percentuale di donne con più di 40 anni è salita dal 20,7% al 33,9%. L’eliminazione dell’obbligo di trasferire in utero tutti gli embrioni generati ha, inoltre, ridotto il numero medio di embrioni impiantati, passato da 2,3 a 1,3, con una conseguente diminuzione dei parti gemellari, scesi dal 23,2% al 5,9%. Complessivamente, la quota di nati vivi da Pma tra le donne di 40 anni e più è passata dall’8,5% nel 2013 al 18,2% nel 2023. L’età media delle donne divenute madri tramite Pma è di 38 anni, rispetto ai 32 anni per le nascite naturali.