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Migrazione sanitaria: nuove fratture del Ssn

16 Marzo 2026
Attualità

La migrazione sanitaria continua a crescere e racconta di un Servizio sanitario nazionale sempre più segnato da profonde disomogeneità territoriali.

Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe, nel 2023 il valore complessivo della mobilità interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, confermando un trend in aumento e un divario Nord‑Sud che tende a consolidarsi

Il fenomeno, spesso percepito come una scelta libera del paziente, si configura sempre più però come una necessità dettata da carenze strutturali: liste d’attesa troppo lunghe, servizi insufficienti o offerta specialistica disomogenea. Come ha sottolineato il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, «quando miliardi di euro convergono verso poche Regioni, significa che l’accesso alle cure non è equo e che il diritto alla salute dipende ancora dal luogo in cui si vive».

Chi attrae e chi perde pazienti

Il report conferma che Lombardia, Emilia‑Romagna e Veneto concentrano la gran parte della mobilità attiva: insieme raccolgono il 95% del saldo positivo, grazie a un’offerta sanitaria percepita come più efficiente, continua e tecnologicamente avanzata. Sul versante opposto, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna rappresentano oltre il 78% del saldo passivo, evidenziando territori dove i cittadini sono più spesso costretti a spostarsi per ottenere diagnosi e cure adeguate. Il dato riflette in modo chiaro il divario crescente tra Nord e Sud, che l’autonomia differenziata -avverte Gimbe- rischia di ampliare ulteriormente.

Il peso del privato convenzionato

Un elemento particolarmente rilevante riguarda il ruolo del privato accreditato: oltre un euro su due speso per cure fuori Regione finisce in strutture private convenzionate. In alcune realtà, come Lombardia, Molise e Puglia, la quota supera il 60%, segno della forte capacità attrattiva di alcuni poli privati d’eccellenza. Al contrario, in Regioni come Basilicata, Bolzano e Valle d’Aosta, la mobilità verso il privato rimane marginale. Per i farmacisti, questo dato non è secondario: racconta la trasformazione dell’offerta sanitaria, il posizionamento crescente del privato in settori ad alta domanda e la necessità di riflettere sul ruolo della rete territoriale pubblica, inclusa la farmacia, come presidio di prossimità.

Ricoveri, specialistica e bisogni non soddisfatti

La mobilità riguarda soprattutto i ricoveri ospedalieri (80%), spesso per interventi percepiti come più sicuri o tempestivi fuori Regione. Anche la specialistica ambulatoriale pesa però in modo significativo: quasi il 93% delle prestazioni erogate in mobilità riguarda terapie, diagnostica strumentale e laboratorio, ambiti in cui l’offerta territoriale mostra ancora importanti lacune.

La migrazione sanitaria è un barometro sensibile dello stato del Ssn, un segnale che non può essere ignorato. Dietro ai numeri ci sono disagi familiari, costi nascosti e la percezione crescente che le cure di qualità non siano ugualmente accessibili ovunque. È un tema, inoltre, che riguarda da vicino anche i farmacisti: professionisti che vivono sul territorio intercettano i bisogni dei cittadini e possono contribuire a ridurre almeno in parte quei vuoti assistenziali che spingono molte persone a cercare altrove ciò che dovrebbe essere garantito vicino a casa. In un anno in cui Gimbe celebra i suoi trent’anni di attività, il monito è chiaro: la mobilità sanitaria è la spia di un sistema che deve ritrovare equilibrio e coesione, investendo nella prossimità, nella qualità dell’assistenza e nella riduzione delle disuguaglianze. Solo così il Ssn potrà continuare a essere un pilastro di equità e salute per tutti.