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Salute misurata: i wearable piacciono agli italiani

15 Aprile 2026
Attualità

Smartwatch e smartband sono sempre più presenti nella vita quotidiana degli italiani, ma il loro valore in ottica di prevenzione è ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato. È quanto emerge dal sondaggio “Salute misurata e wearable”, condotto da Cerba HealthCare Italia su un campione di 1.000 cittadini. Esso offre un quadro interessante per chi opera nelle farmacie, luoghi che ormai non solo dispensano salute, ma sono spesso il primo punto di contatto per l’acquisto e l’utilizzo consapevole di questi dispositivi.

Secondo i dati della ricerca, 1 italiano su 3 (34,3%) utilizza un wearable per monitorare la propria salute, mentre il 65,7% non ha ancora adottato questa tecnologia. La diffusione è fortemente generazionale: tra gli under 35 l’uso è maggioritario, mentre cala nelle fasce d’età più mature, dove il potenziale impatto dei controlli parametrici sarebbe forse ancora più rilevante

Tra coloro che utilizzano questi strumenti, l’abitudine è radicata: l’86% controlla i propri dati almeno una volta al giorno, e quasi la metà più volte nell’arco della stessa giornata. Ciononostante, la percezione rimane prevalentemente “ludica”: per il 64,1% l’obiettivo principale è restare in forma, mentre solo il 29,7% dichiara finalità legate alla salute o alla prevenzione. Non stupisce, quindi, che più della metà degli utenti (56,6%) continui a considerarli device legati al fitness, sebbene una quota comunque significativa (43,4%) ne riconosca il valore sanitario.

Proprio per questo la farmacia, sempre più coinvolta in servizi di prevenzione e screening, sta assumendo un ruolo chiave nel trasformare un semplice gadget in uno strumento utile per il benessere e la salute strutturata. Un’opportunità di counselling che può fare la differenza, soprattutto considerando la difficoltà diffusa nell’interpretare correttamente i dati: se il 62,4% afferma di comprenderli “abbastanza” e il 25,4% “molto”, resta un 12,2% che li trova complicati. E quando un valore risulta fuori norma, il 73,2% degli utenti cerca chiarimenti online, mentre soltanto il 17,8% contatta un medico o un professionista sanitario.

La distanza tra wearable e sistema sanitario appare ancora marcata: il 62,4% degli utilizzatori non ha mai condiviso i dati con un professionista, e anche tra chi lo fa non sempre trova un riscontro clinico. Questo contribuisce a creare un utilizzo ibrido, a metà tra automonitoraggio e autorassicurazione: l’83,4% degli intervistati riferisce di essersi sentito rassicurato dai dati almeno una volta, mentre circa un terzo ha sperimentato episodi di preoccupazione.

Un caso emblematico è quello del VO₂max, parametro chiave della capacità aerobica che sempre più dispositivi misurano automaticamente: solamente il 9,3% degli italiani sa cosa sia, mentre il 90,7% non ne ha mai sentito parlare. Un dato che riflette la distanza tra disponibilità dell’informazione e reale comprensione del suo valore clinico.

 

Il sondaggio di Cerba HealthCare delinea dunque uno scenario in forte cambiamento: i wearable sono entrati nella routine quotidiana, ma non hanno ancora trovato un posto stabile nei percorsi clinici e nella cultura della prevenzione. Per farmacie e farmacisti questo rappresenta un terreno di crescita importante. Da un lato, l’opportunità di guidare l’utente verso una lettura più consapevole dei dati; dall’altro, la possibilità di favorirne l’integrazione con i percorsi di prevenzione strutturati e con i servizi offerti sul territorio.

Come osservano gli esperti di Cerba HealthCare, la “salute misurata” è una pratica già diffusa, ma manca ancora un vero cambio culturale che renda il cittadino un protagonista attivo del proprio benessere.