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Sanità, malato cronico costa fino a 21 volte di più al Ssn

10 Luglio 2025
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La gestione delle patologie croniche ha un peso sempre maggiore per il Ssn, anche per l’invecchiamento della popolazione: un paziente cronico può costare in termini di spesa sanitaria fino a 21 volte di più rispetto a un paziente non affetto da cronicità. Questi dati sono stati presentati in occasione del recente Symposium “Medicina dei sistemi. Il paziente fragile tra overtreatment e deprescrizione”, evento realizzato con il sostegno non condizionante di Guna.

Una questione rilevante se si pensa che, oggi, in Lombardia, i pazienti cronici rappresentano mediamente il 30% della popolazione, mentre assorbono oltre il 70% della spesa sanitaria.

Nei soggetti con “solo” tre patologie croniche (spesa 12 volte superiore), due (spesa 7 volte superiore) e una sola patologia cronica (spesa 4 volte superiore) ed evidenzia, quindi, come la cronicità assorba quote progressive delle risorse che servono a tutelare la salute collettiva. In una situazione in cui la popolazione italiana sta, progressivamente, invecchiando, questi numeri possono ulteriormente peggiorare. «Nella mia relazione ho evidenziato come, nelle prime due decadi degli anni Duemila, la spesa per la cronicità abbia registrato un balzo allarmante e un incremento progressivo, arrivando quasi a raddoppiare nel decennio tra il 2005 e il 2015» ha dichiarato Giorgio Lorenzo Colombo, professore del Centro di Economia e valutazione del Farmaco e delle tecnologie sanitarie (Cefat) del Dipartimento di Scienze del farmaco dell’Università degli Studi di Pavia e relatore del simposio «Per chi si occupa di osservare la sostenibilità del nostro modello di welfare anche da un punto di vista socioeconomico, questo è un dato che deve preoccupare in considerazione del progressivo invecchiamento della popolazione italiana. Se consideriamo che un italiano incide, mediamente, sul Sistema sanitario nazionale per circa 2mila euro, nel caso di un paziente cronico con quattro patologie, che non è una particolare rarità se pensiamo, per esempio, ai diabetici, questa cifra può arrivare fino a 42mila euro e oltre. La gestione del paziente cronico non può, però, essere valutata esclusivamente dal punto di vista clinico, ma deve essere fatta anche a livello epidemiologico, gestionale e organizzativo: in Italia, rispetto a Paesi dal medesimo livello di sviluppo, si arriva a intercettare la patologia con un ritardo di 3 o 4 anni, quando, spesso, è ormai arrivato il momento di iniziare le terapie».

La relazione, che ha accolto al proprio interno i risultati di diversi studi clinici e statistici, italiani e internazionali, infatti, ha anche cercato di avanzare delle proposte per migliorare l’attuale situazione: tra i temi affrontati a tal proposito c’è anche quello dell’aderenza terapeutica. Il successo delle terapie, e quindi l’argine al loro “abuso” o alla loro dilatazione nel tempo, è infatti emerso in maniera chiara dalla relazione, non dipende solo dalla correttezza della diagnosi e della scelta terapeutica ma anche dal fatto che il paziente segua le indicazioni terapeutiche ricevute e che lo faccia per il periodo di tempo previsto.

«Date le implicazioni cliniche ed economiche della mancata aderenza» ha sottolineato Colombo «risulta necessario trovare e applicare strategie funzionali al suo miglioramento. Sono molteplici gli studi che hanno valutato l’impatto di differenti strategie volte a migliorare l’aderenza alle terapie». Sono 4 le strategie suggerite per coinvolgere maggiormente i pazienti nel rispetto delle loro terapie e nell’assunzione responsabile dei medicinali:

  • programmi di auto-monitoraggio e auto-gestione dei medicinali;
  • maggiori spiegazioni in merito all’utilità dei farmaci e ai danni della loro scorretta assunzione;
  • coinvolgimento diretto dei farmacisti nella gestione dei farmaci;
  • semplificazione degli schemi terapeutici da adottare.