Torna a tutti gli articoli

Sussidiarietà e salute: perché il Servizio Sanitario oggi cura meno chi ha più bisogno

11 Marzo 2026
Attualità

Il nuovo Rapporto “Sussidiarietà e… salute”, predisposto dalla Fondazione per la sussidarietà, traccia un quadro nitido -ma alquanto preoccupante- dello stato di salute del Servizio sanitario nazionale. Una fotografia che conferma ciò che i professionisti sul territorio, farmacisti in primis, osservano ogni giorno: le difficoltà di accesso alle cure stanno crescendo e colpiscono soprattutto le persone più fragili.

Ecco i numeri di una crisi che provoca rinuncia alle cure e pericolose disuguaglianze: tra il 9 e il 10% degli italiani, secondo il Rapporto, rinuncia o rinvia cure necessarie per motivi economici, liste d’attesa o barriere organizzative. Nelle fasce più deboli questa percentuale supera il 20%.

Il divario sociale è evidente anche nella mortalità evitabile: da 39,6 decessi ogni 10.000 residenti tra chi ha bassissima scolarità a 20,3 tra i laureati. In particolare, la condizione degli anziani risulta critica: 4 milioni di over65 non autosufficienti, 5,5 milioni vivono soli, il 14% è a rischio isolamento e quasi 1 milione è in povertà assoluta. E mentre il bisogno cresce, l’Assistenza domiciliare integrata (Adi) copre solamente il 30,6% dei non autosufficienti, lasciando gran parte del carico sulle spalle delle famiglie.

A questo si aggiunge una crescente spesa privata: l’out-of-pocket raggiunge il 24% della spesa sanitaria totale, ben oltre la media Ue del 15% e sopra la soglia Oms di rischio per equità e accesso. Inoltre, l’8,6% delle famiglie affronta costi sanitari insostenibili, ponendo gli italiani al nono posto come peggior risultato Ocse. Per chi opera nelle farmacie -spesso primo presidio di ascolto e orientamento- tutto ciò si traduce in cittadini più fragili, meno seguiti e più esposti alla rinuncia alle cure.

Quali le cause – Il Rapporto identifica alcune radici strutturali della crisi:

  • Sottofinanziamento cronico: 37 miliardi di tagli cumulati tra 2010 e 2019, con investimenti ancora sotto la media europea.
  • Carenza di personale, soprattutto tra i medici di medicina generale, nodo critico per la presa in carico dei fragili.
  • Modelli organizzativi frammentati, basati sulle prestazioni anziché sulla continuità di cura.
  • Debole integrazione tra sanitario e sociosanitario, che penalizza i pazienti cronici costretti a muoversi tra più setting senza una regia unica.

L’esperienza dei territori più innovativi dimostra, invece, che quando si creano collaborazioni strutturate -come le Botteghe di Comunità della Asl di Salerno- i risultati migliorano, specialmente per anziani e cronici.

Quali le proposte –  Il Rapporto indica cinque linee di riforma, tutte in chiave sussidiaria:

  1. Aumentare la spesa sanitaria e rivedere i criteri di finanziamento, introducendo budget di cura e modelli di capitation per la presa in carico continuativa.
  2. Rafforzare l’assistenza territoriale, con cabine di regia distrettuali e Case/Ospedali di Comunità realmente operativi.
  3. Istituire un Servizio nazionale per la non autosufficienza, integrato con il sanitario.
  4. Colmare la carenza di personale con piani pluriennali di assunzione e retribuzioni allineate alla media Ue.
  5. Regolare meglio il privato accreditato, orientandolo agli esiti e alla riduzione delle disuguaglianze.

Un modello sussidiario, conclude il Rapporto, non è un compromesso tra pubblico e privato, ma un’“architettura istituzionale dell’universalismo”: una cooperazione strutturata tra Stato, territori e comunità, capace di rendere il diritto alla salute reale e misurabile.