Sussidiarietà e salute: perché il Servizio Sanitario oggi cura meno chi ha più bisogno
Il nuovo Rapporto “Sussidiarietà e… salute”, predisposto dalla Fondazione per la sussidarietà, traccia un quadro nitido -ma alquanto preoccupante- dello stato di salute del Servizio sanitario nazionale. Una fotografia che conferma ciò che i professionisti sul territorio, farmacisti in primis, osservano ogni giorno: le difficoltà di accesso alle cure stanno crescendo e colpiscono soprattutto le persone più fragili.
Ecco i numeri di una crisi che provoca rinuncia alle cure e pericolose disuguaglianze: tra il 9 e il 10% degli italiani, secondo il Rapporto, rinuncia o rinvia cure necessarie per motivi economici, liste d’attesa o barriere organizzative. Nelle fasce più deboli questa percentuale supera il 20%.
Il divario sociale è evidente anche nella mortalità evitabile: da 39,6 decessi ogni 10.000 residenti tra chi ha bassissima scolarità a 20,3 tra i laureati. In particolare, la condizione degli anziani risulta critica: 4 milioni di over65 non autosufficienti, 5,5 milioni vivono soli, il 14% è a rischio isolamento e quasi 1 milione è in povertà assoluta. E mentre il bisogno cresce, l’Assistenza domiciliare integrata (Adi) copre solamente il 30,6% dei non autosufficienti, lasciando gran parte del carico sulle spalle delle famiglie.
A questo si aggiunge una crescente spesa privata: l’out-of-pocket raggiunge il 24% della spesa sanitaria totale, ben oltre la media Ue del 15% e sopra la soglia Oms di rischio per equità e accesso. Inoltre, l’8,6% delle famiglie affronta costi sanitari insostenibili, ponendo gli italiani al nono posto come peggior risultato Ocse. Per chi opera nelle farmacie -spesso primo presidio di ascolto e orientamento- tutto ciò si traduce in cittadini più fragili, meno seguiti e più esposti alla rinuncia alle cure.
Quali le cause – Il Rapporto identifica alcune radici strutturali della crisi:
- Sottofinanziamento cronico: 37 miliardi di tagli cumulati tra 2010 e 2019, con investimenti ancora sotto la media europea.
- Carenza di personale, soprattutto tra i medici di medicina generale, nodo critico per la presa in carico dei fragili.
- Modelli organizzativi frammentati, basati sulle prestazioni anziché sulla continuità di cura.
- Debole integrazione tra sanitario e sociosanitario, che penalizza i pazienti cronici costretti a muoversi tra più setting senza una regia unica.
L’esperienza dei territori più innovativi dimostra, invece, che quando si creano collaborazioni strutturate -come le Botteghe di Comunità della Asl di Salerno- i risultati migliorano, specialmente per anziani e cronici.
Quali le proposte – Il Rapporto indica cinque linee di riforma, tutte in chiave sussidiaria:
- Aumentare la spesa sanitaria e rivedere i criteri di finanziamento, introducendo budget di cura e modelli di capitation per la presa in carico continuativa.
- Rafforzare l’assistenza territoriale, con cabine di regia distrettuali e Case/Ospedali di Comunità realmente operativi.
- Istituire un Servizio nazionale per la non autosufficienza, integrato con il sanitario.
- Colmare la carenza di personale con piani pluriennali di assunzione e retribuzioni allineate alla media Ue.
- Regolare meglio il privato accreditato, orientandolo agli esiti e alla riduzione delle disuguaglianze.
Un modello sussidiario, conclude il Rapporto, non è un compromesso tra pubblico e privato, ma un’“architettura istituzionale dell’universalismo”: una cooperazione strutturata tra Stato, territori e comunità, capace di rendere il diritto alla salute reale e misurabile.








